Giorno 42

Giorno 42

20 Aprile

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Ho voglia della tua lingua.

Prendimi, fammi quello che vuoi.

Scopami.

Tutte frasi molto complicate per me.

Faccio fatica.

E infatti questa mattina Pietro ha avuto un sussulto di sorpresa, quasi paura. 

Condizioni necessarie per il sesso nella mia vita da qualche anno a questa parte: 

  • stato di semi incoscienza, 
  • penombra, 
  • letto (il mio). 

Ah, sia ben chiaro, questa, ovviamente, non è e non sarà mai la versione ufficiale. Quella narra di gesta rocambolesche nei bagni dei club più esclusivi in città, di pluriorgasmi vocalizzati, di squirting spettacolari. 

Regole base da rispettare per stare nel mio mondo: 

  • avere l’uomo perfetto, 
  • essere fedeli ma comunque molto ambiti, 
  • avere una relazione perfetta, 
  • da sogno, 
  • super, 
  • yea, 
  • wow, 
  • beati voi, 
  • come siete belli, 
  • ecc. 

Non credo sia mai vero tutto ciò, nel caso di me e Pietro, ne sono certa. 

E dato che non mi drogo e l’alcol mi fa venire da vomitare, fare sesso la mattina è la mia unica speranza; è fondamentale non aprire neanche gli occhi, restare in quello stato di mezzo in cui i pensieri fluttuano e si lanciano senza rete verso luoghi in cui questo costante senso di inadeguatezza, di sporco, di incompiuto, non fa in tempo ad arrivare; è quello il momento in cui non tutto, ma qualcosa, è possibile.

La mia anorgasmia va meglio, per quanto bene possano andare i miei intercorsi sessuali. Sono un pur sempre una cripto-cattolica in cui si è reincarnata la signorina Rottermeier, il che vuol dire che le porcate, quelle vere, non sono sul piatto, se non nella mia fantasia, che invece se ne fotte e quando mi distraggo un attimo mi lancia di nuovo sul letto di ragazzina affamata, bavosa, cagna, libera. 

Realtà: Mr Nobbs.

Fantasia: Pornhub.

Ma che pretendo? Io e Pietro da anni ormai ci mandiamo solo affanculo, non a parole eh, con la mente; siamo una versione manco troppo aggiornata di Sandra e Raimondo, quella in cui non si ride.  È che Pietro proprio non riesce ad essere all’altezza di photoshop, io mi posso pure sforzare di essere glam ma poi lui arriva con i calzini di spugna e sbam, addio coppia dell’anno.

E poi, siamo capricciosi, immaturi, pigri, viziati, insoddisfatti. Ci accomunano cose un po’ inutili, tipo la passione per il sushi, i cani, la cucina, i film abbracciati, le famiglie da dimenticare, e poi? 

Spesso dormiamo in stanze diverse perché non sappiamo fare pace scopando.
Si rompe la caldaia e la aggiustiamo dopo sei mesi.
Lui mette a posto solo alcune cose in modo maniacale e le altre? 
Io sono disordinatissima sempre, poi all’improvviso devo mettere a posto pure casa dei vicini.
Io dipendo dai social e lui non ha ancora capito come funziona Facebook, che persino mia madre! 
Lui starebbe meglio con una più tranquilla, meno esigente.
Io starei meglio con uno più stronzo.
Facciamo un sacco di sciocchezze, non sappiamo risparmiare, siamo indecisi, siamo paurosi.
E io non riesco a capire se lui sia la mia salvezza o la mia rovina. Come si fa a non capire una cosa simile? Perché gli altri sanno sempre tutto? Il lock-down è la mia ultima possibilità per trovare risposte. Mi devo sbrigare.

A Pasquetta ha piovuto, come ogni anno.

Pare che al mondo, ai venti, alle nuvole, le precipitazioni, non glie ne freghi niente di farci un dispetto, si godono solo tutta questa pace, tutto questo nostro non esserci.

Ma come abbiamo fatto a stare sul cazzo a tutta la biosfera?

P mi fissa.

Vorresti dire di no?

Non ho aperto bocca.

Lo conosco quello sguardo. Tu mi giudichi.

Dico solo che si sapeva già quello che stavate combinando, e non avete fatto niente. Date il potere a noi cani e poi ne riparliamo.

Perché? Che fareste?

Niente.

Appunto!

Appunto.

Da quando è iniziata la quarantena vivo nel terrore che P muoia.

La fisso, la palpo dappertutto, mi sembra sempre triste.

Dall’inizio della quarantena io e Pietro abbiamo cucinato e consumato:

  • due torte al pan di spagna crema pasticcera e frutta fresca,
  • una crostata di frutta,
  • un centinaio di meringhe,
  • la crema spalmabile cioccolato e nocciola, 
  • la pasta di mandorle,
  • due lasagne,
  • tre ciambelloni,
  • cinque teglie di pasta al forno,
  • un risotto funghi porcini, taleggio e zucca,
  • svariate minestre di ceci e fagioli,
  • decine di pizze rustiche,
  • otto pagnotte di pane.

(Sono da escludersi tutte le cose acquistate e non preparate in casa.)

A ogni pasto P si siede davanti a me, in modo da incrociare il mio sguardo, per ipnotizzarmi. 

Non posso darti niente.

Perché?

Perché ti fa male.

Anche a te.

Sì, ma, ecco, il mio stomaco è fatto diversamente dal tuo.

Non fa niente, me ne assumo la responsabilità.

Io no. Non voglio che poi stai male.

Ma vuoi mettere come sarò più felice?

Adesso, ma poi?

Cosa importa del poi? Dipendo da te, in ogni cosa, anche solo per pisciare. E se abbaio ti incazzi pure. Non sono il tuo giocattolo. Non sono un soprammobile.  Devi capire che ho i miei bisogni. Che amare vuol dire soprattutto condividere.

Tieni. Ma poi basta.

Domani è il mio compleanno.

Vorrei ringraziare pubblicamente l’universo per impormi di stare a casa, da sola con Pietro P e B, e al massimo rispondere a qualche messaggio.

Manca un bel crush del sistema informatico in modo che non riceva neanche telefonate e messaggi.

Ore 3.04

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