Pane e arte

Pochi giorni fa il Presidente della Repubblica ha nominato Cavalieri della Repubblica 57 persone che durante l’emergenza COVID si sono contraddistinte per piccoli e grandi atti di generosità. Scorrendo tra i nomi ci sono gli operatori sanitari che hanno lavorato non stop, mettendo a rischio di contagio sé stessi e le loro famiglie, ma anche una cassiera che ha regalato tessere prepagate agli operatori del 118, un tassista che ha percorso gratuitamente 1300 km per portare una bimba in ospedale per una visita specialistica, un rider che ha comprato e regalato alla Croce Rossa mille mascherine, ristoratori che hanno donato pasti gratuiti agli anziani in difficoltà, una preside che ha trovato tablet e pc in disuso per permettere agli studenti che non ne avevano di  partecipare alle videolezioni, e così via. In Campania è nata l’iniziativa della “Spesa Sospesa”, ovvero della possibilità di acquistare generi alimentari in più, per lasciarli a disposizione di chi ne ha bisogno. Rapidamente l’iniziativa si è diffusa in diversi comuni e varie catene di supermercati hanno aderito. Anche in USA, Regno Unito, Canada, hanno preso piede iniziative simili, con il “pay it forward” (“paga in anticipo”) vale a dire comprare qualcosa (da un mazzo di fiori, a un pasto in un ristorante, fino al supporto delle piccole imprese) e lasciarla nel negozio per la persona che verrà dopo, se ne ha bisogno e non se la può permettere. Persino il Giappone, che per cultura non sa cosa sia la carità, durante questa quarantena sembra aver cambiato volto. La prima notizia che ho letto a riguardo, è su un piccolo negozio di cibo da asporto a Tokyo, che ha deciso di dare da mangiare anche a chi non può pagare. Sulla vetrina all’ingresso è stato esposto un cartello che dice qualcosa tipo: “pagherai quando puoi, anche tra dieci anni, e se non potrai neanche allora, ricordati di questo gesto e fai qualcosa di simile per qualcun altro”. Poi ho scoperto che nel periodo di lock-down il Giappone ha inviato in Cina (con cui, si sa, non è che corra proprio buon sangue) centinaia di casse piene di mascherine e altri generi di prima necessità. La cosa interessante è che su ogni cassa, oltre al contenuto, veniva “affissa” una piccola poesia, a sancire il connubio tra arte e beni di prima necessità, insieme, nella stessa scatola.

D’altra parte abbiamo anche assistito, in tutto il mondo, a comportamenti antisociali, tipo le gravi minacce, fino a lesioni ai danni di medici di pronto soccorso, per la frustrazione di dover sostenere le attese, o le frodi organizzate ai danni degli anziani in isolamento. Ripenso a quelli che a fine febbraio, sapendo di essere positivi al Covid, si sono messi in viaggio per tornare a casa, rischiando così l’ulteriore diffusione del virus; o gli assalti ai supermercati, dove i primi hanno potuto fare incetta di cibo, mascherine, carta igienica, disinfettanti, guanti, senza pensare che chi sarebbe venuto dopo non avrebbe trovato più nulla.

Cosa è scattato nelle persone per portarle a compiere gesti così estremi, nel bene e nel male?

La risposta è in una nostra vecchia conoscente: la PAURA, una delle prime emozioni che siamo in grado di provare (primarie), che risiede in uno dei nostri sistemi neuro-cognitivo più antichi (cervello “rettiliano” che, come suggerisce il nome, è in comune con i rettili, gli animali che abitano la Terra da più tempo). Essa, nei momenti di pericolo, prende il comando e ci imposta in modalità “fight or flight”, combatti o fuggi. Funziona così sia quando ci troviamo nella foresta con un leone davanti, sia quando ci troviamo minacciati da una pandemia. Come al solito, la natura pensa proprio a tutto, e mettersi in salvo, scappando o combattendo, è una cosa seria.

Le persone hanno combattuto quando hanno compiuto spassionati gesti eroici, mettendo a rischio sé stessi e i propri cari, spendendo più di quello che avevano per aiutare il prossimo, o mettendo a disposizione le proprie competenze chiedendo in cambio solo un grazie. Anche l’istinto di combattere è un istinto vitale, e combattere per la sopravvivenza altrui è importante come combattere per la propria. Reagire alla paura attivandosi per il prossimo dà un’illusione di controllo verso qualcosa che appare più grande di noi. Lasciare il segno, essere ricordato per qualcosa di buono che si è fatto, è un modo per restare in vita, nei ricordi e nell’immaginario collettivo. Aiutare l’altro rappresenta un meccanismo identitario potente e in ultimo un modo per non restare soli, per continuare ad essere visti.

E ripensando alle persone che invece si sono preoccupate solo di sé stesse, al proprio bisogno di tornare in una casa lontana, di uscire a fare una passeggiata, di comprare dieci pacchi di ceci lasciando lo scaffale vuoto, verrebbe automatico giudicarle male. Ma nell’ottica dell’istinto di sopravvivenza esse non fanno altro che reagire a quell’antica paura di scomparire o di restare soli.

Io ho cercato di capire cosa è successo nel mio mondo, quello dell’arte e dell’ego, delle apparenze e delle luci, del costante sforzo di restare a galla fingendo totale nonchalance.  Quello che ho osservato è quindi innanzitutto accaduto a me, ma non solo. A differenza di ogni altro settore, quello dello spettacolo ha bisogno di stare su un altro livello rispetto a quello della gente “normale”, un olimpo che prima era occupato da veri e proprio dèi, divi e dive rimasti leggenda, e che ora ricorda più il privèe di una discoteca di Ibiza (e chissà se è un bene o un male). Non so a voi, ma a me è parso che il Covid, tra le altre cose, abbia azzerato le distanze tra gente “comune” e vip, lo ha fatto davvero, non tipo fiction.

Forse abbiamo assistito a un evento senza precedenti: il più grande reality vip della storia. Per un paio di mesi, infatti, a qualunque ora sui social ci è stato proposto un palinsesto da far impallidire Sky o Netflix. Nello specifico le dirette sono state il nostro pane quotidiano, l’oasi di refrigerio degli artisti separati a forza dalla loro fonte di ossigeno primaria, il pubblico. Il Covid ha svelato, una volta per tutte, una faccenda che forse neanche io avevo colto fino in fondo; e mentre ci siamo sperticati a difendere i nostri diritti di lavoratori, gridando ai quattro venti che le persone hanno bisogno dell’arte per vivere e di conseguenza di noi artisti (con buona pace di medici e infermieri già provati per conto loro) noi tutti venivamo colti da un’inaspettata, potente, epifania. Quantomeno, lo è stata per me: siamo noi ad aver bisogno del pubblico e non in termini di paganti biglietto, ma di presenza, occhi, voci, risate; ne abbiamo bisogno come e più dell’aria stessa.

Dalle dirette con migliaia di connessi a quelle con cinque compreso il “conduttore”, c’è stato un vero e proprio tripudio di “ti faccio compagnia”, “ti spiego questo o quello”, “dai facciamolo insieme”, “E’ per te eh, per tenerti compagnia”. E così è stato, ci siamo tenuti per mano a distanza, abbiamo imparato a fare il ciambellone di nonna Pina, a pulire le fughe delle piastrelle, a idratare la pelle del viso.  Ora conosciamo gli appartamenti di questo o quell’altro vip, sappiamo chi sta bene anche senza trucco, chi ha saputo farsi la tinta da solo, chi è riuscito nel complicato intento di essere autentico, chi no. Ci siamo fatti tenerezza, oltre che compagnia, il che mi ricorda una scena del film “Judy”, in cui Renée Zellweger si auto-invita a casa di due vecchi fan, i quali non sanno cosa pensare, ma poi capiscono l’immenso bisogno che ha quella star mondiale di un contatto umano, vero, privato.

In questo lockdown, noi artisti ci siamo sentiti soli, come tutti, più di tutti, e abbiamo sentito minacciata la nostra stessa identità. 

Ognuno se l’è cavata come poteva e c’è stato anche chi ha provato a sganciarsi dal meccanismo della diretta: mi vengono in mente le Mujeres del cinema, un collettivo appena nato, ma molto promettente, che unisce le donne coinvolte in ogni settore del mondo di cinema e teatro, che hanno organizzato corsi autogestiti su Zoom, dal canto alla scrittura, sancendo un’alleanza salda e, si spera, duratura.

O allo scrittore e sceneggiatore Francesco Trento, vincitore di  Venezia 2010 nella sezione Controcampo con “20 sigarette” che in quatto e quattr’otto ha raccolto quasi trecento aspiranti scrittori in una classe virtuale, per insegnare scrittura. Io mi sono ritrovata, quasi per caso, grazie a un rapidissimo passaparola, a mettere il naso proprio in questo corso. La cosa mi ha incuriosito subito, perché partendo dall’ABC, Francesco si è preso tutto il tempo di raccontare quello che sa (e di cose, e occhio e croce, ne sa) e non contento ha convinto i suoi amici editori, sceneggiatori, scrittori a tenere banco a lezione una tantum (Michela Murgia, Ludovica Rampoldi, Paola Randi, Marco Bechis, ecc.). Per tre volte a settimana e per diversi mesi, dalle cinque alle sette, Francesco è stato lì, dietro il suo computer, rigorosamente scapigliato, a insegnare e a cercare di tener buoni trecento studenti che, seppur grandi e grossi, si sono a volte lasciati tentare dal ricordo dei banchi di scuola, dove ci si distrae, si fanno domande sciocche, si disobbedisce, e alla domanda “France’ ma pure de Paquetta fai lezione?” la risposta è giunta semplice e inesorabile: “ma perché, che cazzo c’avete da fa’?”.

Insomma, tutto bello, voi direte, ma perché? Insomma, qui l’impegno di tempo e energie è serio (non me ne vogliano le dirette social) e forse non basta tutto quello che si è già detto fin ora per spiegarlo; a Francesco infatti non è bastato un grazie, o un po’ di compagnia e attenzione, in cambio del suo impegno. A chi poteva o voleva sdebitarsi, ha chiesto di fare una donazione libera a varie associazioni impegnate durante l’emergenza Covid, riuscendo a raccogliere quasi 20000 euro in due mesi, che non saranno i milioni raccolti dai Ferragnez, ma ripenso alle casse piene di pane e poesie dei giapponesi e mi sorge un dubbio: allora gli artisti servono davvero a qualcosa.

https://www.repubblica.it/politica/2020/06/03/news/quirinale_i_57_nuovi_cavalieri_del_lavoro_che_hanno_combattuto_il_coronavirus-258327063/?ref=RHPPTP-BH-I258327307-C12-P4-S1.8-T1

https://www.ansa.it/canale_terraegusto/notizie/in_breve/2020/05/08/coronavirus-spesa-sospesa-arriva-a-milano-e-roma_c41c70d1-1733-4090-8130-5361a6a25351.html

https://www.stateofmind.it/2020/05/covid19-violazione-lockdown/

https://japantoday.com/category/features/food/restaurant-lets-generous-customers-pay-for-extra-meals-needy-customers-eat-for-free

https://english.kyodonews.net/news/2020/05/17c4ccd00864-feature-follow-the-leader-how-covid-19-might-unlock-japans-giving-potential.html

https://www.corriere.it/sette/esteri/20_marzo_20/cina-giappone-poesia-scatole-aiuti-il-coronavirus-annulla-diffidenza-due-paesi-d83170ae-683c-11ea-9725-c592292e4a85.shtml

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Teresa Federico e Cecilia Fusco