Giorno 33

12 Aprile

Pasqua

Positivi totali 100269 (+1996)

Deceduti totali 19468 (+619)

Quando ero piccola credevo che ad ogni cosa buona fatta corrispondesse un dono ricevuto in cambio. Non era un pensiero egoista. Da piccola non lo ero. Forse. Allora, se qualcuno mi avesse chiesto di gettarmi in una pozzanghera di testa e nuotare a rana, per fargli un favore, lo avrei fatto. 

Poi sono arrivate le scuole medie, quel posto creato a tavolino per consentirci di passare agilmente dall’infanzia all’inferno.

Per me ad esempio è stato il momento in cui ho iniziato a intuire che ero diversa dagli altri, che la mia maestra delle elementari era completamente pazza e che la mia vita era una merda. Si trattava solo di un’intuizione, ma oggi posso confermare che c’avevo visto bene. Innanzitutto, mai avere i capelli carota alle scuole medie e secondo poi, cercare di impedire strenuamente che tua madre ti ficchi a forza nella classe dei bravissimi, mentre tu a malapena sai leggere. 

Ah, mamma, mamma, li mortacci tua. 

Comunque, non voglio stare qui a ricordare il mio avere i conati di vomito ogni mattina prima di entrare in classe, il mio sguardo pieno di invidia e ammirazione per Michela, Patrizia e Giusy, le prime della classe nonché belle come dee, la cui amicizia ho tanto agognato; o la maestra di musica tale e quale a Sally Spectra che mi insultava costantemente. E non voglio neanche porre alcun accento sul fatto che mi facevano fare tutte le recite contro il volere di mia madre, o che ero innamorata di Ivan che, ovviamente, era pazzo di Patrizia. Non intendo dare alcun peso al fatto che mi sono dovuta accontentare di Paolo, anche detto “il caccola” e che dio mi fulmini se dirò il perché. Sorvolerei anche sul fatto che è stato alle scuole medie che ho iniziato ad avere paura, o almeno, è stato lì che ho capito cos’era e dove si localizzava, nel mio stomaco, sulle punte delle dita delle mani, alla gola, sotto le ascelle. 

Dirò solo che una volta, in seconda media, feci un sondaggio alle mie amiche, o meglio, quelle che volevo tanto che lo fossero.

Se qualcuno vi chiedesse di donargli la vostra vita, che fareste?

Che domanda è?

Rispondi!

Che ne so.

Io glie la darei subito! Dissi mentre il loro sguardo si faceva sempre più interrogativo. Le avevo colpite, finalmente.

Io chiederei prima il perché. Disse Michela mentre si sforzava di coprire l’apparecchio con le grandi labbra carnose.

Io glie la darei, senza pensarci due volte. Ribadii, accompagnata da un coro trionfale.

Sì, ma non sappiamo il perché.

Quella ripetizione mi parve un chiaro tentativo di arrampicarsi sugli specchi. Raggiante, ma senza mostrarlo troppo, mi rivolsi a Patrizia, mentre, pur non portando l’apparecchio, facevo con le labbra lo stesso identico gesto di Michela

Tu che faresti?

Io non accetterei mai.

Cosa?

Ma proprio mai.

Ma come! Se te lo chiede per favore!

Ma è la mia vita! Perché dovrei darla a qualcun altro? Non stiamo parlando di caramelle, ma della vita. È una cosa importante.

Mi sentii schiacciare da una camionata di massi. 

Ma se sta male?

Chiama un dottore, che c’entro io?

Se sta per morire?

Perché la sua vita dovrebbe valere più della mia?

Il cinquanta percento di quello che saremo, da adulti, deriva da quello che erano i nostri genitori, il dieci percento dall’esperienze vissute, il quaranta percento dipende da noi, dalle nostre scelte.

Vorrei fare un appello al quaranta percento: per favore, palesati, prima che il processo si concluda. Mi sono resa conto infatti di essere sempre più uguale a una qualunque donna della mia famiglia. Pensavo che il fatto di essere l’unica in tutto l’albero genealogico con i capelli rosso demonio, mi avesse concesso un lasciapassare, uno sconto del sessanta per cento sul corredo genetico. E invece no. Niente saldi.

La cosa che mi fa incazzare di più è che tale somiglianza mi si è manifestata all’improvviso, tipo pesce d’aprile, solo che non era uno scherzo. È che come se per tutta la vita, fino a oggi, avessi indossato lenti speciali, in grado di cancellare ogni segno di somiglianza, ogni seme pronto a germogliare in tratti somatici, timbri di voce, posizioni del corpo, espressioni, tutto identico. A che gioco stiamo giocando? Non è divertente. Ditemi quale pezzo di genoma strapparmi e lo farò, cellula per cellula. Oppure se c’è un farmaco che curi questa piaga sociale, l’ereditarietà, datemelo. Prima ero più giovane per oppormi, ora che il corpo si rilassa, va a finire dove non ho mai voluto che andasse. 

Ma io non voglio.

Il lock down è stato prorogato fino al 2 Maggio.

Migliaia di macchine in fila sulla pontina per il week end di Pasqua.

Oggi prepariamo la lasagna.

B zompetta in giardino.

P mi fissa.

Non lo so, va bene? Non lo so. Non so cosa dirti. Non so quando finirà. Non so se finirà. Non so se questa faccenda che ci si può ri-contagiare è vera. Non so se rivedremo i nonni. Non so cosa dirti. So solo che adesso ho paura anche io. Mi abbracci per favore?

P mi concede di accarezzarle il lato del muso e piega la testa sulla mia mano. Poi mi guarda un istante e mi lecca.

Dobbiamo resistere.

Hai ragione, P. A te ci penso io, capito? Tu non ti devi preoccupare di niente. A te e a B ci pensiamo noi.

Chi?

B, il cucciolo che vive con noi da sei mesi. Tanto lo so che ormai gli vuoi bene anche tu.

Non illuderti. È maschio, scoordinato, puzza e mangia la cacca.

Ti voglio bene assai.

E vorrei ben vedere.