Giorno 30

8 Aprile 

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Svegliarmi con lui accanto. Non chiedo altro. La sua testa nel mio collo, come se lì si trovasse l’aria. Il suo corpo spinto sul mio a combaciare. Come se ogni cellula volesse la sua parte. Il calore dei suoi muscoli. I baci, pigri, interrotti da lunghi sbadigli di pacata gioia. Il solletico della barba e i miei capelli a dare fastidio. Sospiri. Strette. Cucchiai. Mugulii di endorfine. Sei l’amore della mia vita, sai? Il pensiero di alzarsi e poi dirsi ancora cinque minuti. La gratitudine di averlo incontrato, la certezza del destino che ci ha uniti, il terrore di perderlo, di non essere abbastanza per lui. Il pensiero di esaudire ogni suo desiderio. Le carezze. Le lezioni di yoga interrotte dalla sua voglia di sapermi solo sua. E ridere. Il solletico. Il suo rifugiarsi tra le mie gambe quando ha paura. L’amore. Soprattutto. L’amore. 

La smettete voi due?

Pietro incombe sull’uscio della camera da letto con il caffè in mano. 

Io e B ci voltiamo di scatto. 

Togliti.

B non si muove e rafforza il suo contatto con il mio corpo. 

Togliti!

B ancora non sa parlare, ma ci capiamo al volo.

Inizia la sfida tra maschi, un duello all’ultimo sangue.

Alla fine vince Pietro, ma sappiamo tutti chi è il terzo incomodo.

Questo è il tempo della solidarietà. Lo dicono tutti. Ovunque. 

Ieri tornando da una splendida passeggiata attorno al palazzo, abbiamo superato un vecchietto con due grandi buste della spesa. 

Cosa avrei dato per scomparire dalla faccia della terra.

Alice, lo devi aiutare.

Certo. Ovvio.

Vai.

Sto andando.

No, sei immobile.

Ma perché proprio io?

Perché la strada è deserta.

Aiutalo tu.

Non ho il pollice opponibile.

Ha bisogno di una mano?

No, no, grazie signorina, molto gentile ce la faccio.

Ottimo.

B intanto si avvicina scodinzolando a una signora e le annusa un piede.

Scusi signora.

Scuse non accettate!

Eccola, la persona che volevo incontrare oggi. Sì, è proprio lei. Il mio pungiball.

Cosa vuol dire scuse non accettate?

Che con questi cagnacci dovete starvene a casa vostra.

Andiamo B. Sì, lo so che la signora è una stronza, ma non si dice. Capito? No, non le puoi fare la pipì addosso. Abbassa la voce.

Ma come si permette? Maleducata!

Ecco, hai visto B? Ora hai fatto arrabbiare la stronza, non si fa.

Con la coda dell’occhio vedo il signore di prima, a terra, con le buste della spesa rovesciate.

Si è fatto male?

No, no, tranquilla, sto bene.

Aspetti, faccia piano, la aiuto io.

No, no! Mi sono distratto un attimo e non ho visto il marciapiede.

La prego, mi lasci aiutare.

Ma sono pesante.

E io sono forte, non si faccia ingannare dalle apparenze.

Nel frattempo, la stronza attraversa la strada e se ne va, senza dire niente. Io e Pietro cerchiamo di sollevare il tipo che in effetti è pesante, non grasso, ma duro, rigido, compatto, come una vecchia credenza di legno massiccio. Siamo tutti e tre goffi, con i guinzagli in mano e l’incapacità di compiere quei gesti senza respirarci addosso.

Io e Pietro accompagniamo Pier Giorgio a casa, che avrebbe davvero voluto farcela da solo, ma abita lontano e con quelle buste non ci sarei riuscita neanche io. Scopriamo che cammina da tantissimo perché ha fatto la spesa al discount, che è a oltre un paio di chilometri da casa. Dice che preferisce andare là. Sembra di buon umore, dice che si è organizzato benissimo e indica il suo gilet verdino da pescatore e il marsupio.

Così ho sempre le mani libere.

Il fatto che stiano tragicamente tornando di moda i marsupi gli dona un aspetto moderno.

Pietro fissa il suo con aria sognante.

Pier Giorgio si vergogna di questo aiuto, vorrebbe non averne bisogno, cerca di camminare svelto, ogni tanto si tocca un ginocchio ma ci impedisce di indagare. Sorride e chiacchiera tanto, coprendo tutto il silenzio.

Sudati, stanchi, con il fiatone che solo chi ha la mascherina in faccia da ore può capire, ci arrampichiamo in salita verso il portone esterno del suo appartamento. Pier Giorgio abita da solo, qualche palazzo oltre il nostro, in una casa grande in cui parte delle stanze inutilizzate sono chiuse, perché non prendano polvere. Conosce tutti nel quartiere, molti sono suoi vecchi compagni di scuola. Non dice mai che lavoro fa, ma ci dice quello dei suoi amici, tutti grandi professionisti. 

Lì abita Felli, l’avvocato, lo conosce?

No.

Eravamo compagni di banco al liceo. Molto bravo, preparato. Nello stesso palazzo sta la Mazzani, ha presente?

Mmm, no. 

Bella donna, peccato che è invecchiata male.

Lei ha figli?

No.

Ha famiglia?

No, ma sto bene. Prima mi sono distratto a sentirla discutere con la signora, per quello sono caduto.

Ah. Mi dispiace tanto, è che…

Non deve, aveva ragione, era davvero una stronza.

B ride.

Mi viene l’angoscia aver respirato in faccia a Pier Giorgio la mia aria mentre lo sollevavo da terra. Potrei averlo infettato. Lui non ha paura. Io sì. Le nostre chiacchiere riecheggiano sui muri che separano fiati pericolosi. Chissà se anche Pier Giorgio sente tutto questo silenzio. Chissà che nonno sarebbe stato. Chissà cosa fa tutto il giorno. Vorrei accompagnarlo fin su, alla porta di casa, perché ora mi andrebbe di sapere tutto di lui, ma so che lo offenderei. Accetta solo che Pietro gli metta le buste nell’ascensore. Lo costringiamo a memorizzare i nostri numeri di telefono. 

Ci chiami se ha bisogno.

A me oggi non mi andava per niente di fare questa cosa.

Io volevo solo insultare la stronza.

Ore 3.45

Buongiorno, sono Alice Marino, scrivo per avere informazioni sulle sorti della vostra clinica, a seguito della telefonata della dottoressa Orlando di circa una settimana fa. Io e il mio compagno, Pietro eravamo in attesa che uno dei nostri due embrioni venisse messo a forza nella mia pancia, perché poi potessi stare accucciata a gambe strettissime in modo che ci restasse per nove mesi e quindi venire fuori in qualche modo non doloroso sotto forma di cucciolo e noi potessimo finalmente andare in giro a dire che siamo una grande famiglia normale e che non abbiamo affatto paura del fatto che non lo saremo mai.  

Non so se si ricorda di noi, siamo quelli che vi hanno versato direttamente dalla giugulare diversi mila euro. Si ricorda di me? Sono quella che somiglia a una trottola che gira solo se qualcuno la carica? Ha presente? Una di quelle fatte a mano, che restano per la maggior parte del tempo sul pavimento della cameretta, su un fianco, con gli occhi fissi su un punto mentre pensano a quando finalmente qualcosa le farà girare di nuovo, così possono guardare tutto il mondo a strisce orizzontali. Ecco, sì, sono quella. 

Quindi volevo sapere se gentilmente mi potete dire dove e come stanno i due affarini, come li chiamate voi? Blastocisti? Se permette le devo proprio dire che credo sia un nome violento e coercitivo. Comunque, lei non ci potrà mai credere, ma io ogni tanto ci penso e mi chiedo se si stanno sentendo soli, al buio e in frigorifero, dove si manterranno pure bene e a lungo, ma fa freddo, e questo non va bene. Per quanto, essendo due, non si annoiano e iniziano a fare amicizia. Però pensavo che forse non dovrebbero starsene lì, senza nessuno che li abbraccia e gli dice cose morbide all’orecchio. A proposito, sono ancora lì?

Sono certa che lei mi capirà, anche se è impegnatissima con i piccoli umani che lei stessa ha scelto di assemblare usufruendo dell’apposito kit crea il tuo bambino per soli mille mila euro, avrai uno sconto del 20 per cento in quanto dipendente della clinica, proprio come le commesse di Zara. Non mi fraintenda, so bene che ora siete in piena emergenza Pandemia, a casa, a fare la pizza margherita con la farina di manitoba, che non si trova perché ve ne siete portati via diciannove pacchi a testa, fottendovene del fatto che ora è finita per noi altri, anche se tutti dovrebbero avere un po’ di manitoba a casa, in un momento del genere. Non trova? Perchè insieme al basilico, la passata Mutti e la mozzarella che non sa di niente, viene una margherita di merda, ma noi siamo certissimi che sia pazzesca, perché l’abbiamo fatta noi e facciamo il calcolo che se di solito una pizza costa cinque euro, questa ci è costata solo due euro e ventisette ore di preparazione.

Mi scusi se le posso sembrare sgarbata, ma vede, Pietro non sa ancora niente di tutto ciò, perché lui erano troppi anni che voleva questa cosa della famiglia, lo voleva persino più dei miei genitori che non hanno neanche un nipote visto che Elena, mia sorella, è una degenerata pusillanime e mi hanno chiesto a chiare lettere di far loro questo regalo per la vecchiaia,  tipo smart box che scade dopo un anno, esattamente come me. È per questo che il desiderio di un figlio mio da parte di Pietro, dei miei, della ginecologa alcolista e delle pubblicità del Mulino Bianco, mi aveva condotta a infarcire per bene le mie uova di ormoni, come si fa con la frutta acerba o la carne anemica per farla sembrare più viva. E aveva funzionato perchè io in effetti sembravo leggermente più viva, nonostante la depressione, grande protagonista del Novecento.

Mi sono persino chiesta se la faccenda del virus sia tutta una montatura per farmi desistere dall’intento di procreare e, ora che ci penso, mi vedo lì, al centro di una prato verde, mentre sollevo gli occhi al cielo e chiedo a Dio, se ci sei, per favore, dammi un segno e SBAM, la Pandemia.

Inutile che mi guarda così, non sarebbe certo la prima volta che mi accade una cosa simile.

E mi dica, lei da che parte sta? Perché se sta con me e con Dio, deve dire lei a Pietro che i mini-cosetti li avete dati a una persona normale, perbene, con una famiglia piena d’amore e di gite in montagna, invece che a me. Mi raccomando, specifichi che a lui li avreste pure dati, visti i suoi occhi buoni e un incomprensibile indifferenza per i social, le cose che si indossano, le feste, il calcio e i capelli pettinati, e un altrettanto incomprensibile amore per me, ragione per cui siete stati costretti a ritirare le promesse che ci avevate fatto, quando dicevate che avevamo ben il diciotto per cento di possibilità di vincita al Superenalotto dei piccolissimi.

Lo farà? Gli parlerà? Stia tranquilla, non si arrabbierà. Pietro infatti non dice mai te l’avevo detto, anche se lui me lo chiedeva da anni di essere felici, nonostante non avesse un lavoro fisso né consapevolezza delle cose del mondo e io ero super impegnata a lavorare in affari che adesso non ricordo bene e che in quel momento mi sembravano incontrovertibili. Non farà scenate di alcun tipo, si limiterà a guardarmi con occhi molto grandi disegnati da uno bravo e mi abbraccerà cercando di non farmi sentire in colpa, ed è proprio lì che io saprò con assoluta certezza che è stata tutta colpa mia e dovrò andare a scrollare Instagram per fare in modo che non ci sia più quel rumore di vetri rotti dappertutto.

Le va?

In attesa di sue, le auguro una buona giornata.

Alice Marino

Ore 5.15

La prego.