Giorno 19

29 marzo

I bambini sono un incubo.

L’inferno di chi non ne ha.

Il martirio di chi ne ha.

Mi sono sempre chiesta per quale motivo continuano a produrne. Dopo lunga riflessione ho capito che sono anche tossici. La loro risata, ad esempio, è eroina. La più antica dipendenza dell’essere umano. Nessuno vuole ammetterlo, ma è il motivo principale per cui ci riproduciamo. Si riproducono. Gli altri. Anche perché, chi vorrebbe davvero una copia di sé nella versione Apple di “1984”? Fissiamo i bambini che ridono. Raccogliamo testimonianze di un archetipo che sappiamo essere destinato all’iperuranio. Ladri, cerchiamo di mantenerlo sulla Terra.
La mia dose sta su YouTube; sono i quattro gemelli ripresi sul letto con la madre. Il loro aguzzino, il padre tossico, li riprende e sa esattamente cosa fare per farli iniziare. Fa un verso, forse anche una smorfia, ed ecco che uno parte a ridere, emettendo quel suono, tipo minuscola bottiglia di assenzio che si stappa cento volte al secondo, e poi lo segue l’altro gemello, e poi l’altro ancora, e infine l’ultimo. Finché si sincronizzano tutti e quattro, sotto l’attenta direzione del padre che li filma, per avere la sua dose sempre a portata di mano. La madre, sdraiata in mezzo a loro, è già in overdose; mille bottigliette si stappano veloci e tutto il mondo in quella stanza a brindare. Non crediamo possibile che si possa restare vivi senza tutta quella roba dentro e corriamo a cercare la prossima dose.

Ma la mia domanda è: quando smettiamo di ridere così?

Meno male che ci sono gli aperizoom. Prima di una settimana fa non credo esistesse questa applicazione, Zoom, che ha come unico obbiettivo quello di lordare il silenzio di questi giorni. Ieri ne ho organizzato uno con i colleghi. Ci si potrebbe domandare il perché, dato che non mi andava. Bisognerebbe chiederlo alla mia analista, se solo non avessero la precedenza domande ben più succulente di questa. Alle diciannove in punto mi sono finta acqua e sapone, scolata litri di Vodka Lemon senza sentirmi alcolista e ho finto che questa quarantena mi stia uccidendo, che non vedo l’ora che finisca, che non ce la faccio più, solo perché prevedevo che loro sarebbero stati d’accordo con me.

Perché ti sei messa i capelli a quel modo?

Perché mi piacciono, mamma.

E che significa? Hai visto qualcuna  delle tue amiche portare i capelli così?

No, ma..

Sistemateli subito in modo normale.

C’è da dire che in effetti il mio stare bene in quarantena, stona. 

Che ci posso fare se questo è l’unico modo che ho trovato per svincolarmi da tutto ciò che mi ero imposta da sola?

Mentre gli altri non vedono l’ora di tornare al prima, io mi accuccio sull’idea che era proprio quello a fare schifo: il mio prima.

Dottoressa, quando possiamo ricominciare i nostri incontri?

Quando sarà finita la quarantena.

Ah.

Che succede?

Odio tutti.

Questo non è vero.

Le giuro, mi creda, io odio anche le persone che amo. Mi da fastidio la mia voce quando parlo con loro. Mi da fastidio la mia stessa esistenza, in mezzo agli altri. Sogno continuamente il lanciafiamme dell’ultimo film di Tarantino. E’ diventato il mio Deus ex Machina, il mio esprimi un desiderio. Secondo lei dove li vendono? Ma li vendono? Chiedo, eh. Voglio stare da sola. Voglio il silenzio totale. Voglio essere chiusa in una stanza piena di cuscini, carta, matite, P e B, e non uscire più.

E Pietro?

Certo, sì, ovvio, le pare che non metto Pietro… sarebbe una cosa terribile. Non mettere Pietro. Giusto?

Alice, forse lei è un po’ depressa.

Lei un genio dottoressa, sono sempre più convinta che questi centocinquanta euro per quaranta minuti sono soldi ben spesi.

Ora devo solo risolvere la faccenda telegiornale.

Alle diciotto in punto scatta la lotteria più macabra della storia moderna occidentale.

Nessuna pace ha senso, così.

Cambia canale, no?

Sì, hai ragione. Uh guarda P! C’è l’intervista di Roby Giacchinetti da Mara Tupier. 
Lui vive a Bergamo, la città con il maggior numero di vittime. Il suo telefono squilla in continuazione per annunciare la morte dei suoi amici o parenti.  Piange contro ogni tentativo di resistere, terrorizzato. Ha gli occhi sbarrati. Cerca di contenersi, ma sta per avere una crisi di panico. Si ferma a metà frase, per calmarsi, per chiedersi se sia il caso di terrorizzare tutta Italia. Poi prosegue, cercando una via di mezzo, ma i suoi occhi non mentono. 

Stai piangendo?

No.

Che fai?

Niente.

Ti vado a chiamare Pietro?

No.

Ti lecco la faccia?

No, P, sto bene. Chiamo mamma e papà.

Non sei in condizioni.

Entrambi hanno paura degli ospedali. Che succede se si ammalano?

Non ci pensare adesso.

Ciao papà.

Ei, ciao… come stai…?

Perché ridi?

Ti devo confessare una cosa.

Dimmi.

Per riconoscere chi sei devo lasciarti parlare per un po’.

Ah ok, vi ho chiamato per sapere come state tu e mamma.

Alice, ciao.

Da cosa mi hai riconosciuta?

Stai bene?

Sì, voi? 

E che facciamo? Niente. Ci annoiamo. Non sopporto più tuo padre.

Mamma, stavo parlando con papà.

E ci parli dopo. Marino attacca!

Wilma attacca tu!

State rimanendo a casa?

Certo! Io vado solo a fare a spesa tutti i giorni!

Perché ci devi andare tutti i giorni?

Perché mi servono le cose, che domande fai? Con chi ti credi di parlare? Parla con tuo padre piuttosto, che se ne va in giro tutto il giorno e non si lava le mani quando torna a casa.

Dovreste stare a casa tutti e due.

Mi aiuti a rimettere whatsapp? Ma non lo dire a tua sorella.

Perché?

Perché si arrabbia.

Mamma, è tua figlia.

Sì, ma quando si arrabbia mi fa paura.

Che succede al telefono?

Non lo so. C’è la rotella. Ho fatto mettere dieci euro di ricarica, ma è rimasta la rotella.

Hai provato a spegnere e riaccendere?

L’unica cosa che faccio è chattare con le amiche e fare dolci.

Conosci Zoom?

Che?

Lascia stare. Fammi sapere se risolvi con il telefono. E per favore, state a casa.

Mio padre, che non ha attaccato, giura. 

Mia madre giura che mio padre esce ogni mattina per prendere il giornale e andare al supermercato. 

Conosco mio padre. So che è vero.

Sono adulti, sanno badare a sé stessi.

Non conosci i miei genitori.

Certo che li conosco.

Non sai quanto possano essere capricciosi. Li devo richiamare e arrabbiarmi. Mio padre adora farsi la barba, mettersi l’acqua di colonia con movimenti lenti e poi andare a comprare il giornale. Come può esserci qualcosa di male in tutto questo?

C’è. 

Li richiamo.

Ore 23.30

Positivi totali 97689 (+5217)

Deceduti totali 10779 (+756)

Credo che non abbia alcun senso questo diario.

E’ vero.

Beh, grazie per il sostegno.

Prego.

E’ che non so a cosa serve.

Ah, figurati io.

Infatti, a niente.

Allora smetti di scriverlo.

Non ci riesco.

Senti questo odore di pollo?

Ho questa cosa dentro, scrivere un diario, e non capisco perché, visto che non ne ho mai avuto uno.

Lo stai scrivendo per qualcuno?

Ma che ne so!

Forse lo sai.

Senti, Sottuttoio, se ce l’hai più chiaro di me potresti gentilmente tirartela di meno e dirmelo?

Certo! In cambio mi dai il pollo?

No!

Fai sempre così quando non vuoi ammettere qualcosa.

Così come?

Rompi le palle.

Teresa Federico