Giorno 5

15 marzo 2020

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Avevo giurato a me stessa che avrei scritto ogni giorno. Avevo sperato che questa situazione fosse talmente importante che non avrei trovato la forza di distrarmi. Sono passati cinque giorni e anche questa volta la mia incostanza vince su tutto. 

Sono fiera di lei.

I negozi sono tutti chiusi. Restano aperti i supermercati, in alcuni orari; i tabaccai, le edicole, i meccanici e poco altro. 

Non si sa per quanto tempo.

Alcuni iniziano ad avere il terrore che finirà il cibo e corrono a comprare beni di prima necessità.

Nella nostra casa in campagna, a Cassino, la farina la portava mio nonno, direttamente dal mulino in cui lavorava. Tornava tutto bianco dalla testa ai piedi ma ci sentivamo ricchi, dice mamma.

Mia sorella mi ha chiamata poco fa. Aveva il fiatone.

Hai fatto la spesa?

In che senso?

Quando hai fatto l’ultima spesa?

Boh, non mi ricordo, qualche giorno fa.

Vanne a fare una grande.

Si, va beh, poi ci vado.

Adesso. Subito. 

Ma perché?

Forse tu non hai capito che tra poche ore dichiareranno lo stato di pandemia e dovranno razionare il cibo in tutto il mondo e indovina cosa succederà a noi?

Scusa, ma chi te l’ha detto?

Lo so. Ho le mie fonti. Ti fidi di me?

Insomma.

Fai come cazzo ti pare, poi non dire che non te l’ho detto

Tu l’hai fatta?

Ho appena riempito due carrelli, infatti ora vado che non riesco a camminare mentre sto al telefono; pesano un botto.

Ok.

Vai!

Ciao!

Pietro ha ascoltato tutta la telefonata e quattro secondi dopo aveva le chiavi in mano.

Secondo me state esagerando. E lo dico da medico.

Eccolo. Il momento in cui ad ogni angolo fioccano lauree in medicina, epidemiologia, virologia. Andate a studiare, capre.

Mentre Pietro è fuori ne approfitto per fare un po’ di stretching e godermi questo silenzio senza aggettivi.

B mi si rotola addosso e spinge tutti i bottoni delle mie endorfine; dopo cinque minuti mi ritrovo sdraiata a terra con lui a ridere così forte da vergognarmi che qualcuno possa sentirmi. Sono stupida felice.

B è l’unica persona al mondo in grado di farmi questo effetto. Se non fosse così tanto più piccolo di me, potrei sposarlo. Saremmo felici per almeno dieci anni, prima che lui invecchi e muoia. 

Se solo smettesse di rosicchiare gli angoli dei muri.

Quando Pietro torna non passa dalla porta.

Ha speso duecentocinquanta euro in generi di prima necessità.

Ho intravisto dei sofficini. 

Fa tutto lui perché mercoledì mi è venuta la febbre.

È bassa. Mi viene solo di pomeriggio. Mi leva le forze. La sera sto bene. Anche la mattina. Non ho la tosse, giuria giurello vostro onore. Cioè sì ma poca. Pochissima. Però respiro bene, non ho l’affanno.

Sto bene.

Ho chiamato il mio medico di base per avvisarla. Al telefono sento una voce timida. 

Sei stata a contatto con persone provenienti dalla Lombardia o Veneto?

No.

E allora non è niente. Devi stare totalmente tranquillissima. Se non hai incontrato persone provenienti dal nord sei in una botte di ferro. Non ti devi preoccupare di niente, capito?

Non sono preoccupata.

Bene. Benissimo. Poi tu sei pure un po’ medico, lo saprai, no? Qualunque cosa succeda non devi andare al pronto soccorso, capito? Se cambiano le cose mi chiami. Ma non ti devi preoccupare di niente. Assolutamente, capito?

Sì.

Non andare al pronto soccorso.

Faccio la conta delle persone che conosco che fanno su e giù da Milano o che vivono con persone che fanno su e giù da Milano. Sono tante. Ma mi dispiaceva farla agitare.  

Sto bene.

Sto talmente bene che mi è venuta un’idea pazzesca su un film. Parla di una società intera in quarantena a causa di una grave pandemia. I miei personaggi sono ragazzi di un quartiere di Napoli dove, non potendo uscire, si mettono tutti in balcone intorno alla stessa ora, di pomeriggio. Parlano del virus, della scuola on line, dei compiti a casa e di musica. Finché, piano piano, non si mettono anche a suonare. Formano un gruppo. Tra due di loro nasce una storia d’amore. Lei chitarrista. Lui voce. Un moderno Romeo e Giulietta sui balconi di Napoli. Una struggente favola di due che si possono vedere ma non si possono toccare. Dopo mesi fanno un concerto che viene ritwittato in tutto il mondo e lui canta per lei pure l’anima. La leggenda di questi ragazzi squarcia il muro della reclusione e scalda il cuore di tutti, malati e non. 

Ancora non ho deciso come finisce.

Vorrei che mentre tutti sono in strada a festeggiare e ad abbracciarsi, alla fine dell’incubo, Romeo e Giulietta restassero sul balcone, a guardarsi.

Ecco, vorrei che finisse così.

Insomma, sto bene. Ho fatto un ciambellone immangiabile.

Una parte di me, una parte gigante di me, vorrebbe restare così.

Forse questo bordello non sarebbe dovuto succedere nel bel mezzo della mia depressione.

Forse non sarebbe dovuto succedere un mese prima della fecondazione in vitro.

Forse non sarebbe dovuto succedere così a ridosso del mio quarantesimo compleanno.

Forse però era proprio così che doveva andare.

L’OMS annuncia lo stato di pandemia.

Squilla il telefono.

Indovina cosa mi è successo?

Non ne ho idea.

Sono arrivata alla cassa con due carrelli pieni zeppi di cose da mangiare, apro la borsa e indovina.

Non mi dire…

Indovina!

Non ci credo. Il portafogli.

Ti giuro.

Ma, l’hai dimenticato a casa?

Me l’hanno rubato. Proprio lì, al supermercato.

Cavolo Elena, mi dispiace tanto, cavolo, è assurdo.

E sai qual è la cosa che mi dispiace di più?

C’erano tanti soldi?

Sì, ma non mi dispiace per quello.

E per cosa?

Per i ceci.

Teresa Federico