L'enfant dei fratelli Dardenne, l'etica dell'immagine 


di Livio Marchese


L’enfant è la seconda, contestata Palma d’Oro conseguita al festival di Cannes dai fratelli Dardenne. Nel caso di Rosetta, il premio assegnato all’unanimità dalla giuria presieduta da David Cronenberg aveva provocato una frattura netta fra detrattori e sostenitori. Con L’enfant la situazione si è complicata ulteriormente. Sorvolando sulle critiche mosse da coloro i quali storcevano il naso già ai tempi di Rosetta, lo stesso fronte dei sostenitori si è trovato questa volta spaccato in due correnti di pensiero. C’è chi ha continuato a sostenere con entusiasmo l’autorialità e la coerenza del percorso intrapreso dai due autodidatti del cinema, chi ha invece posto l’accento sulla cristallizzazione del linguaggio e dei contenuti in una maniera.

Estetica
In realtà, dal punto di vista strettamente linguistico, rispetto alle ultime prove, ne L’enfant si percepisce un’involuzione della forma che sembra quasi un ritorno a La promesse. A differenza che in Rosetta e ne Il figlio, nei quali la macchina da presa incalza a distanza ravvicinata i personaggi, soffocandone volti e azioni, nell’ultimo film spesso l’inquadratura sembra respirare. Il campo visivo si allarga, la camera si quieta e i suoi movimenti si fanno meno bruschi. Ma non è detto che ciò sia da interpretare in senso negativo, come pericoloso sintomo di edulcorazione formale. Per i fratelli Dardenne la forma è inscindibile dal contenuto. In Rosetta la macchina da presa ingombrava l’inquadratura col corpo della ragazza perché tutto il film in fondo non era altro che una semi-soggettiva della protagonista. Ne Il figlio la camera non riprende quasi mai frontalmente Olivier, un uomo che dopo l’uccisione del figlio si era caricato di questo terribile fardello e aveva, appunto, “voltato le spalle’’al mondo. Tema de L’enfant, così come de La promesse, è invece la scoperta della possibilità dei sentimenti all’epoca del caos. Questo, in ultima analisi, è il tema portante del cinema dei Dardenne, ma nell’ultimo film esso diventa preponderante. In quest’ottica, appare comprensibile come la macchina da presa sia più incline a collocare i personaggi in un paesaggio e a privilegiare le relazioni umane scrutandole da un punto di osservazione meno asfissiante.

La "storia"
È anche vero che L’enfant, fra i quattro lungometraggi maggiori dei Dardenne, è sicuramente quello in cui la costruzione di una “storia” appare più evidente e, per certi versi, forzata, laddove in Rosetta e ne Il figlio la pur rigorosissima progressione drammatica si dipanava secondo un ordine in apparenza più spontaneo e naturale. Le critiche più intransigenti si sono per lo più rivolte al finale che, secondo alcuni, omaggia in maniera esplicita Pickpocket, apparendo in tal modo eccessivamente programmatico. È bene ricordare che Bresson, a sua volta, in quell’occasione si era ispirato chiaramente a Delitto e castigo. E allora non è forse un caso che i Dardenne abbiano deciso di battezzare la compagna di Bruno - il protagonista della pellicola - con il nome dostoevskijano di Sonia. Ma non indugerei oltre su di un confronto che portato avanti si rivelerebbe scarsamente produttivo. È comunque da rilevare come il senso di sconfitta dei valori etici che impregna fisicamente le immagini dei Dardenne abbia un ascendente così illustre.
L’idea de L’enfant risale alle riprese de Il figlio, allorché, per diversi giorni, l’attenzione dei due cineasti era stata catturata da una giovane donna che spingeva nervosamente una carrozzina. Affiancando questa esile traccia a un fatto di cronaca letto qualche tempo prima su di un quotidiano - un giovane padre che aveva venduto il figlio -, i due fratelli si sono trovati a lavorare su due piste narrative che sono poi confluite ne L’enfant.

La scelta
L’etica è intimamente connessa alla facoltà di scegliere un certo tipo di comportamento piuttosto che un altro. I titoli stessi dei loro lavori ribadiscono la centralità di tale questione nel cinema dei Dardenne, riassumendo in una sola parola il cardine narrativo attorno al quale ruota la problematica affrontata. Pur nella loro essenziale semplicità, a un’attenta lettura si nota come i titoli dei Dardenne racchiudano potenzialmente in sé la chiave di lettura dell’intera opera.
Rosetta, un film mono-blocco nel quale gli eventi sono tutti filtrati dalla sensibilità della protagonista, immersa nella sua quotidiana lotta per la sopravvivenza, porta giustamente il nome del personaggio che al termine della vicenda avrà trovato un affetto, la solidarietà e, forse, un lavoro. Se nell’era dello spettacolo, del successo e della realizzazione a tutti i costi, le relazioni interpersonali e un’occupazione stabile costituiscono il discrimine al di sotto del quale la vita umana non può neanche considerarsi tale, Rosetta racconta il disperato conseguimento di questa soglia minima di “umanità” da parte di un’adolescente che fino a quel momento era stata esclusa dal tessuto sociale.
La promesse di prendersi cura della moglie e del figlio, fatta da Igor a Hamidou, costituisce il motore degli eventi del film omonimo. La “scelta” da parte del giovane Igor di rispettare fino alle estreme conseguenze la promessa fatta all’extracomunitario in punto di morte, rappresenta un détour decisivo sia nella narrazione che nella formazione della personalità di Igor. Scegliendo di aiutare Assita e il suo bambino, Igor abbandona il mondo violento, illegale, egoista, unidimensionale, dominato dalla legge dell’homo homini lupus rappresentato dal padre, per scoprire e accettare la solidarietà, la diversità culturale, ma anche la femminilità e la maternità, in una parola l’Altro da sé.
Ne Il figlio i Dardenne raccontano l’instaurarsi di un rapporto fra due vittime accomunate dalla medesima disgrazia: Olivier, un uomo devastato da un dolore terribile e il responsabile di quel dolore, Francis, un ragazzino di quindici anni senza genitori, appena uscito dal riformatorio e alla ricerca di un mestiere e di un tutore. Per uno scherzo del destino, Francis viene affidato proprio alla falegnameria dove lavora Olivier. Per quasi tutta la durata della pellicola, lo spettatore è portato a credere che il figlio del titolo sia quello di Olivier, ucciso anni prima dal coetaneo Francis nel corso di una banale rapina conclusasi tragicamente. Ma anche questa volta, com’è tipico nei Dardenne, il titolo marca la “sostanza etica” della vicenda. Fino a pochi minuti dalla conclusione, lo spettatore non conosce le intenzioni del falegname e immagina, anzi, che il suo scopo sia la vendetta. Ma la “scelta” di Olivier è sorprendente e l’evoluzione del rapporto fra le due vittime inaspettata. I Dardenne offrono a entrambi i personaggi uno spiraglio di salvezza: per Olivier sarà forse possibile ritrovare un figlio proprio in chi quel figlio gliel’ha strappato; Francis guadagnerà una lezione di profonda umanità, la solidarietà dell’uomo a cui ha rovinato l’esistenza e, forse, quel padre che non ha mai avuto.
Nel caso de L’enfant la situazione è ancora più complessa e l’ambiguità del titolo più sottile. L’enfant si identifica a una prima lettura con Jimmy, il figlio di Bruno e Sonia, che il giovane sconsideratamente mette in vendita a insaputa della madre. Ma a ben vedere Jimmy, nel film, rimane una presenza fantasma che influenza solo indirettamente lo svolgimento dell’azione.
La sequenza di apertura mostra Sonia, probabilmente appena uscita dall’ospedale dopo il parto, che si reca a casa propria e la trova occupata da inquilini ai quali Bruno nel frattempo l’ha ceduta in affitto. Sonia esce per strada e va in giro alla ricerca del suo compagno, impaziente di mostrargli il neonato. Quando finalmente lo trova, Bruno si limita a guardare di sfuggita il piccolo fagottello, esitando a prenderlo in braccio, perché tutta la sua attenzione è catalizzata da un passante che sta tenendo d’occhio, probabilmente per rapinarlo. La sequenza successiva è una lunga inquadratura del nuovo nucleo familiare in riva al fiume. Essa mostra chiaramente quale sia la natura del rapporto fra Bruno e Sonia. Fra i due, senza dubbio, intercorre un sentimento sincero, ma non maturo. Si tratta al più di una forma di tenerezza che appare ancora molto acerba, quasi infantile. In questa sequenza e in altre successive, i Dardenne riprendono Bruno e Sonia mentre giocano facendosi sgambetti e altri piccoli dispetti per poi inseguirsi proprio come due ragazzini. Quando poi Bruno “sceglie” di vendere il bambino e mostra a Sonia il denaro ricavato da quello che crede un affare, ella sviene. E a nulla valgono le parole «tanto potremmo averne un altro» con le quali Bruno, con un candore e al tempo stesso con una sprovvedutezza davvero imbarazzanti, tenta maldestramente di giustificarsi, cercando di convincere la compagna ad approvare il suo gesto.

Bruno
Questi elementi sono più che sufficienti per disegnare un ritratto psicologico di Bruno al primo snodo narrativo. È chiaro che l’enfant, a questo punto del racconto, è proprio lui, un ragazzotto di periferia che vive di espedienti e furtarelli, a capo di una piccola baby-gang, perché «lavorare è roba da coglioni». Da notare come il personaggio di Bruno sia spesso accompagnato dalla presenza di oggetti che ricorrono incessantemente e sui quali i Dardenne, abilmente, dirottano l’attenzione dello spettatore: il cappello, il giubbotto, la carrozzella, lo scooter, la culla e sopra tutti il cellulare, il cui squillo interviene quasi a ritmare la pellicola, prima con la sua presenza martellante e poi, quando Bruno sarà costretto a consegnarlo per avere indietro il bambino, con il silenzio determinato dalla sua assenza. Tutto questo perché Bruno, in fin dei conti, è egli stesso un oggetto. Il tema della reificazione dell’individuo nella società contemporanea è fortemente sottolineato dalla ossessiva presenza del denaro, l’argent bressoniano.

L’argent
I rapporti fra Bruno e il resto del mondo appaiono regolati dal denaro, tanto che la situazione narrativa più frequente mostra Bruno nell’atto di contrattare: Bruno rivende la culla, divide il ricavato dei furti con gli amici, vende i gioielli rubati, prende a noleggio una macchina tirando sul prezzo, vende la merce rubata ad una ricettatrice - ed è strano che sia una donna: nei film di genere questo ruolo è spesso interpretato da uomini - fino, ovviamente, alla vendita e al successivo “riacquisto” di Jimmy. Non a caso il movimento di macchina più ricorrente è quello in cui l’obbiettivo della camera si sposta da un volto all’altro dei “contraenti” in piano-sequenza, proprio per mostrare come i personaggi siano legati da questi vincoli economici. È il denaro, l’argent, il vero protagonista, il soggetto che compie l’azione. Bruno è “agito” dal denaro. Si tratta, in fin dei conti, di uno dei leit-motiv dominanti dell’opera dei Dardenne. Da La promesse a Rosetta a L’enfant, le relazioni fra gli uomini sono basate sul do ut des. Ogni oggetto, ogni essere umano è merce ed esiste in quanto dotato di un valore di scambio. Innumerevoli volte nei film dei Dardenne la macchina da presa si sofferma sulle banconote che passano da una mano all’altra. Restando a L’enfant, si tratta di un meccanismo irrefrenabile, vorticoso e spietato che governa la vita di Bruno. Lui stesso passa da un uomo all’altro scambiando denaro per merce e merce per denaro. Poco importa se ciò che viene scambiato è una creatura umana, un enfant.
Non bisogna pensare tuttavia che Bruno agisca così per cattiveria o per insensibilità. Gli stessi registi, in diverse interviste, hanno posto l’attenzione sulla scena in cui Bruno, in attesa di consegnare il neonato per la vendita, si preoccupa di adagiarlo al suolo con delicatezza, come se si trattasse di qualcosa di estremamente prezioso. Poco prima, del resto, parlando al telefono con i mediatori, si era informato delle condizioni economiche della famiglia che avrebbe adottato Jimmy. È azzardato dire che Bruno vende Jimmy per garantirgli un avvenire migliore, ma è anche vero che chiedendo ripetutamente se i nuovi genitori siano benestanti, egli manifesti, a suo modo, interesse per le sorti della creatura. Ma qui siamo nell’ambito delle congetture. Quel che è certo è che i Dardenne non si arrogano mai il diritto di giudicare i loro personaggi. Essi si limitano a presentarne la fenomenologia, mettendo lo spettatore nelle condizioni di ricavare egli stesso le proprie conclusioni.

L’attesa
L’esistenza di Bruno si consuma in un continuo girovagare da un uomo all’altro, da un posto all’altro, perennemente in attesa di dare o ricevere denaro. L’attesa è la condizione esistenziale di Bruno nel mondo. Egli attende all’ospedale, dopo il ricovero di Sonia, attende nel buio dell’edificio prima e nel garage poi in occasione della vendita e del successivo riacquisto del bambino, attende con Steve che sia l’ora della rapina, attende che Sonia esca di casa per scusarsi, attende che la partita di pallone si interrompa per chiedere notizie di Steve. Bruno è “in attesa” perché non è padrone delle proprie azioni. Non è l’autore della propria vita. Essa dipende da eventi esterni che ne determinano il percorso, anche fisico. Bruno è sempre in movimento (diverse volte lo vediamo prendere il bus). È costretto a spostarsi continuamente da un posto all’altro, sballottato come un burattino da una volontà che non è la sua. Viene interrogato dalla polizia, cacciato dall’ospedale, picchiato da delinquenti, costretto a recarsi dalla madre per prevenire eventuali domande della polizia causate dalle sue menzogne puerili. Quest’ultima è una delle scene più enigmatiche del film. L’unica nella quale si riesce a intuire qualcosa del passato di Bruno.

La rapina
Ma è proprio l’attesa più terribile la molla che innesca l’emancipazione di Bruno e la conseguente interruzione di questo circolo vizioso. Costretto a rimediare il denaro per saldare i conti con i delinquenti che avevano mediato la vendita del bambino, Bruno coinvolge Steve, il ragazzino più abile della sua banda, terzo enfant del film, nella rapina di una passante. L’operazione non va a buon fine e i due soci si danno a una fuga mozzafiato sullo scooter del ragazzino. Braccati dalla polizia, abbandonano a malincuore il ciclomotore e, dopo aver nascosto il malloppo, si dirigono verso il fiume. Ma i poliziotti non danno tregua e, per non farsi scoprire, ai due non resta altro da fare che immergersi nell’acqua gelida, restando immobili, in attesa che il pericolo si sia allontanato. È una scena estremamente carica di tensione e mette lo spettatore a dura prova, anche in senso strettamente fisico: l’acqua è troppo fredda e Steve, scampato il pericolo, rischia di annegare, perché le gambe gli si sono semi-paralizzate. Bruno, con enorme difficoltà, riesce a portare al riparo l’amico, caricandoselo sulle spalle. È un momento determinante. Per la prima volta, nel corso del film, Bruno si fa carico - ancora una volta fisicamente - di una grossa responsabilità. Steve è semi-ibernato e Bruno lo aiuta a riattivare la circolazione sanguigna, sfregandogli piedi e gambe. Poi si allontana per recuperare il motorino. Nel frattempo i poliziotti riescono a scovare Steve. Bruno, tornato in città spingendo lo scooter - bellissima immagine che allude chiaramente al “peso”, all’importanza dell’atto che sta per compiere - prova un’ultima volta a passare a casa di Sonia. Bussa alla porta, ma nessuno risponde. Decide allora di consegnarsi alla polizia. Viene condotto nella stanza dove l’amico, allibito alla sua comparsa, è sotto interrogatorio e si dichiara responsabile del furto. Con le parole “C’est moi”, il racconto della formazione di Bruno raggiunge il momento cruciale. Addossandosi la colpa, Bruno diventa padrone delle proprie azioni e si manifesta per la prima volta come uomo e come individuo. Non più come enfant o, peggio ancora, come “merce”.

Jimmy
Secondo molti pareri, il film a questo punto avrebbe potuto terminare e invece i Dardenne inseriscono un’ulteriore sequenza che, a una lettura attenta, non appare affatto superflua. Essa anzi giustifica e dà valore alla sequenza in cui Bruno, dopo aver riscattato il bambino, si reca a casa di Sonia implorandone il perdono. Ma allora egli non si rendeva ancora conto della gravità del suo gesto e andava ripetendo, come all’ennesimo gioco di ragazzini, «Ma che t’ho fatto? Ne facevamo un altro e via! Mi hai denunciato...Siamo pari, no? Sono cambiato, te lo giuro». La sequenza finale mostra davvero un Bruno diverso, consapevole. Egli, in galera, riceve la visita di Sonia. I due, seduti in parlatorio ai lati del tavolo, scambiano poche parole e restano a osservarsi in silenzio. Poi, dopo l’ultima attesa - Sonia va a prendere il caffé alla macchinetta - Bruno chiede notizie di Jimmy. «Sta bene», risponde Sonia. Ancora silenzio. Poi Bruno scoppia in lacrime. Anche Sonia inizia a piangere e i due neo-genitori si abbracciano e si toccano il volto e le mani come per riconoscersi, per ritrovarsi e per trovarsi nuovi. Non si può parlare di riconciliazione, perché ciò che è successo implica necessariamente la costruzione di un rapporto impostato su una base differente: l’enfant Jimmy (si noti la circolarità di senso che il titolo finisce per assumere). Ed è estremamente significativo il fatto che il momento che segna la nascita di questo rapporto nuovo avvenga tramite il tatto, forse il senso più importante nel cinema dei Dardenne. La sequenza è molto toccante e svolge una funzione catartica. L’educazione sentimentale di Bruno è ormai completa. Il lungo pianto sul quale i Dardenne, al loro solito, staccano bruscamente per dare spazio ai titoli di coda, mostra un essere umano che per la prima volta nella vita acquista piena coscienza della posizione che occupa nel mondo.

Etica
Molti, a tale proposito, hanno tirato in ballo il finale di Pickpocket. In realtà, se la situazione narrativa è simile, i percorsi interiori dei rispettivi protagonisti non potrebbero essere più differenti. È vero che gli itinerari spirituali di Bruno e Michel passano entrambi attraverso il delitto e il castigo, ma mentre Michel agiva consapevolmente, con orgoglio nichilista, per lanciare una sfida ad un mondo assurdamente storto, abbandonato da Dio e privo di alcun codice morale, Bruno non ha coscienza di quello che compie.
Se per Bresson è lecito chiamare in causa il tema del “vento” della Grazia che “soffia dove vuole”, il cinema dei Dardenne è essenzialmente laico, terreno, “fisico”.
Le sensazioni che un film come Pickpocket produce nello spettatore sono eminentemente intellettuali. Il distacco dalla materia narrata, la trascendenza dello stile, lo straniamento dei “modelli”, l’eleganza del montaggio e al tempo stesso il processo di spoliazione dell’immagine, tutto converge alla rappresentazione di una vicenda metafisica. Ne L’enfant invece lo spettatore vive empaticamente le sensazioni di Bruno, il freddo, la fame, l’attesa, l’essere braccati. Le inquadrature più belle del film sono quelle che apparentemente sembrano non avere funzione diegetica ma che in realtà sono determinanti nella loro “fisicità” per la caratterizzazione del personaggio di Bruno. Ne ricordo una in particolare: Bruno ha già deciso di vendere il bambino ed è per l’ennesima volta in attesa della telefonata dei mediatori. A dispetto dell’enorme gravità dell’atto che sta per compiere, egli, per ingannare il tempo, pesta i piedi in una pozzanghera e gioca a stampare l’orma delle scarpe infangate su di una parete, il più in alto possibile. Oppure ancora: Bruno è in riva al fiume e inganna il tempo immergendo in acqua un pezzo di lamiera, muovendolo ripetutamente a destra e a sinistra.
Anche il concetto stesso di “prigione” è diverso. Per Bresson esistono due tipi di prigione. La prima, quella più terribile, è la prigione metafisica che è la vita contemporanea, rappresentata cinematograficamente dalla stanzetta spoglia e umida nella quale Michel passa in solitudine giornate interminabili. Paradossalmente, il carcere vero e proprio coincide con la libertà interiore. Anche per Bruno carcere significa libertà, ma la vera prigione non è (solo) di natura esistenziale, bensì socio-economica. Politica, nel senso più ampio del termine. Non sono d’accordo con coloro i quali intravedono nella confessione di Bruno la Redenzione del personaggio.
La salvezza di Michel dipende dall’estrema ricomposizione dell’antinomia tipicamente bressoniana fra libero arbitrio e necessità. Ne L’enfant invece è Bruno stesso a spezzare le catene. La sua salvezza dipende in primo luogo dalla sua volontà.
Quello che i Dardenne mettono in scena è un doppio processo di formazione. Da rotella elementare dell’ingranaggio socio-economico e da enfant sprovveduto, Bruno acquista coscienza di sé e del valore delle proprie azioni nella società degli uomini. In una parola, Bruno impara l’Amore.
Nessuna Redenzione, quindi. Non esiste l’Oltre nel cinema dei Dardenne. Esiste solo questo marcio mondo terreno che non è il migliore dei mondi possibili, anzi, forse è uno dei peggiori. La salvezza però, in un certo senso, è possibile. E anche se la società appare irrimediabilmente votata al precipizio, sta alla coscienza del singolo prodursi per agire eticamente. Nonostante tutto.

da "Etica ed estetica dello sguardo. Il cinema dei Fratelli Dardenne" a cura si Sebastiano Gesù, Maimone, 2006
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la paura mangia l'anima #7: Guerra! 
C.S AURO
via Santa Maria del Rosario, Catania
20 giugno 2006, ore 21





VOGLIA DI PACE
degli alunni dell' I.C. "G.Ungaretti" coordinati da Angela Foresta
durata 7'

Una coreografia degli studenti dell'Istituto Ungaretti introduce un lavoro di montaggio da film di Guerra.


GHOST TRACKS (of war)
di Andreas Perugini
durata: 25'

Il grande merito di questo esperimento di palinsesto che assembla le immagini di guerra resituite dai Media privandole dei loro suoni e commenti per poi rimusicarle è appunto quello di raggiungere una dimensione latente della Realtà.
"La guerra come violenza fisica. L'impatto sui corpi. La pura brutalità a dispetto di quanto propagandato dai Mass Media e dai governi. Questo lavoro parte lì dove finisce la retorica della Guerra e mostra le tracce nascoste dell'informazione della Democrazia occidentale: fascismo tecnologico dal volto sorridente. Un documentario di montaggio. Un atto di accusa.


U CUNTU DI PEPPA A CANNUNERA
di Antonella Caldarella. Compagnia Teatro Argentum Potabile. Musiche di Steve Cable
durata: 12'

Il racconto parla della vicenda che vide impegnata nella battaglia del 31 maggio del 1860 Giuseppa Bolognare detta Peppa a cannunera in quanto riuscì ad impossessarsi, grazie alla sua astuzia, di un cannone e a combattere con coraggio contro i borboni. E' un modo per raccontare la voglia di cambiamento dei siciliani che ancora una volta cercano di ribellarsi contro gli oppressori, nella speranza di avere un futuro migliore. Per molti l'Unità d'Italia rappresenta una possibilità di vivere degnamente, di "non cogghiri cchiu fami e miseria", ma si rivela ancora una volta un'illusione...l'oru e l'argentu squagghiaru ppi l'aria di carta la visteru la Sicilia


NOTRE MUSIQUE
di Jean-Luc Godard.
durata: 10'

La prima parte dell'ultimo lungometraggio del regista francese, un vertiginoso viaggio all'inferno attraverso filmati di guerra di varia provenienza.


ARCHIVOS BABILONIA: GO ARMY
di Observatorio Video No Identificat
durata: 5' ca.

Questo dvd edito dagli spagnoli dell'organizzazione OVNI archivia una serie di brevi filmati propagandistici dell'Esercito, spot industriali su aerei ed armamenti.


AARON: IL GUERRIERO DIGITALE
di Cane CapoVolto

Il sergente Aaron viene intervistato in un bosco. Aaron è un ritardato mentale, è stato ferito gravemente nel corso della prima e seconda Guerra del Golfo ed interamente ricostruito integrando carne e circuiti elettronici. La sua mente sembra programmata in maniera controversa: patriottismo infantile e cinismo neoconservatore vi convivono in perfetta armonia.



Guerra!

"La cultura deve tornare ad essere un agente attivo, deve proporre uno sguardo sul mondo, non chiudersi in una concezione troppo museale. E' il tipo di sguardo che cerco sempre di proporre coi miei film. Ricordo una discussione in cui ci si domandava un po' ingenuamente se il cinema potesse mai migliorare le cose. Se un film resta pur sempre uno spettacolo, questo non impedisce di pensare che il pubblico, vedendo certe immagini, possa cambiare, riflettere, rendere più attiva la propria coscienza".

Amos Gitai, intervistato a proposito del film Kedma - Verso Oriente

"Penso che il cinema dovrebbe veramente funzionare in modo sovversivo, contro le immagini ultrasemplificate dei networks, e parte del mio lavoro, da sempre, consiste proprio nel mostrare la complessità, le contraddizioni, che vengono di solito completamente eliminate in base alle convenienze dei networks, perché è un loro preciso interesse drammatizzare ed enfatizzare ogni cosa, così da poter vendere negli intervalli pubblicitari i loro hamburgers, le salsicce, i prodotti per la pulizia. Per questo c'è bisogno di un'alta tensione delle immagini. A me sembra che siamo ormai sul palcoscenico dei media che con tutte le sue finzioni sta diventando fortemente corrotto dal punto di vista intellettuale, e quindi diventa davvero problematico come fonte di informazioni. Il cinema ha la possibilità di dare un taglio a questa semplificazione e mostrare invece la complessità delle cose".

Amos Gitai

"Siamo arrivati stamattina e di certo non ci hanno accolti molto bene, dato che sulla spiaggia non c'era altro che cumuli di tizi morti o cumuli di brandelli di tizi, carri armati e camion demoliti. Arrivavano pallottole un po' dappertutto e a me non piace il disordine, così tanto per. Il tizio appena dietro di me si è ritrovato tre quarti del volto spazzati via da un ananas in transito. Ho messo via i brandelli del volto in un elmetto e glieli ho dati, lui de ne è ripartito per farsi curare, mi sa tanto che non ha imbroccato la strada giusta, è entrato in acqua fino a dove non toccava, non credo proprio che ci veda abbastanza bene sul fondo per non perdersi. Poi mi sono messo a correre dalla parte giusta e sono arrivato puntualmente per beccarmi una gamba in pieno volto. Ho cercato di insultare il tizio, ma la mina aveva lasciato soltanto brandelli per niente pratici da maneggiare, per cui ho ignorato il suo gesto e ho proseguito. Dieci metri più là ho raggiunto altri tre tizi piazzati dietro un blocco di cemento, sparavano verso l'angolo di un muro, in alto. Erano sudati e inzuppati d'acqua, io dovevo essere come loro, allora mi sono inginocchiato e mi sono messo a sparare..."

Boris Vian, da Le formiche
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la paura mangia l'anima #4 - TRADIZIONI POPOLARI 
TEATRO CLUB
Piazza San Placido 10, Catania
17 Maggio 2006, ore 21,00





Programma:


Folk lapa
di Enrico Grassi Bertazzi

Dopo Telos, realizzato con Turi Sciacca, Enrico Grassi Bertazzi torna a “La paura mangia l’anima” con Folk lapa.
Tema del cortometraggio è la contrapposizione tra le tradizioni antiche del popolo siciliano e il rischio di omologazione che si nasconde dietro la globalizzazione.
Una moto-ape corre per una stradina di campagna, alcuni personaggi si muovono tra lape-carretti in un lapa-raduno. Le lape si rincorrono in strade cittadine. La prima lapa si ferma davanti a un McDonald’s.

Le feste del pane (30’)
di Giancarlo Santi

Ormai da parecchi anni Giancarlo Santi “va per feste” e scrive di feste religiose con un approccio molto personale, che non è quello dell’antropologo accademico o del giornalista, ma del “viaggiatore sentimentale”. La sua ricerca costituisce un contributo importante, anche se certamente atipico dal punto di vista editoriale, alla conoscenza delle tradizioni popolari in Sicilia. Ha pubblicato “La strada dei santi” (Monelli, Bologna), accompagnato dalle fotografie da lui stesso scattate.
La proiezione di diapositive in programma è incentrata su tutte quelle feste religiose contraddistinte dalla presenza ritualizzata del pane.

La vergine dello scoglio (15’)
di Lino Greco

Ogni anno, nei pressi del paesino calabrese Placanica, viene celebrata l’apparizione della Vergine a un giovane del luogo, che da quel momento è conosciuto come Fratel Cosimo.
L’evento attrae migliaia di pellegrini calabresi ed ha trasformato l’area, nel giro di pochi anni, in uno dei luoghi più importanti e frequentati della devozione popolare.
Il documentario racconta il viaggio e le preghiere di un gruppo di pellegrini guidati da Gina Chiarello, preziosa fonte di informazioni e profonda conoscitrice della storia e dei rituali religiosi del luogo.

Cunti e canti di santi e di briganti (30’)
di Angelo Maddalena
(illustrazioni di Colapisci di Marcella Brancaforte)

Angelo Maddalena nasce come cantastorie in un’epoca in cui i cantastorie sono tutti morti. Dopo meno di un anno dalla prima esibizione, è invitato a partecipare alle seguenti manifestazioni musicali e festival di Artisti di Strada: Teatri in città (Caltagirone), Le vie della Musica (Monza), Ibla Buskers (Ragusa Ibla), Med Fest (Buccheri). Il senso delle storie che Angelo canta nasce dall’esigenza di reinventare un patrimonio di testi e di ritmi già esistente e dall’inclinazione a esprimersi attraverso una forma di narrazione orale. Nel 2003 Angelo Maddalena conosce Mariella Siciliano che diventa sua stretta collaboratrice per quanto riguarda la stesura dei testi. Insieme realizzano il CD “Certi voti”. Dopo la tragica scomparsa della sua collaboratrice, Angelo continua a scrivere, curando soprattutto la ricercatezza dell’esecuzione.

La Passione de Il Miracolo (10’)
di Edoardo Winspeare

Il salentino Edoardo Winspeare è uno dei pochi registi italiani i cui lavori interpretano in maniera autentica e sincera le contraddizioni della propria terra. All’esordio Pizzicata (1996), un ritratto allo stesso tempo ruvido ed elegiaco della civiltà contadina, seguono il viscerale Sangue vivo (2000) e il rosselliniano Il miracolo (2003).

Diario di viaggio (46’)
di Associazione Documenta

L’Associazione Documenta ha iniziato da qualche anno a raccogliere e catalogare le più significative feste religiose siciliane; gli eventi nei quali è più ricco il conflitto tra la religiosità ufficiale e i riti pre-cristiani, tra la modernità e le tradizioni cerimoniali che continuano a resistere nel tempo.
Un punto di vista non-accademico ha permesso di cogliere l’essenza delle feste patronali (l’elemento umano soprattutto) cercando di trovare un equilibrio tra il linguaggio cinematografico ed il rigore della documentazione sul campo.



TRADIZIONI POPOLARI

Per Sant’Alessandro, il barrafranchese si mise sulla mula e se n’andò a vedere il suo campo come cresceva. Già spigava, più alto d’un uomo, e a quel venticello faceva le onde come il mare, fitto e lucente.
Non c’era uno più contento di lui; e stava a bocca aperta a mirarlo, senza pensare al tempo. Si fece notte, ed era ancora là che non poteva spicciarsi da quel trionfo; e come spuntò la luna si mise sul colle per guardarlo meglio, e andava dicendo a voce forte:
“Vuoi vedere, così bello com’è che quest’anno va più valoroso che mai, e mi fa sei salme di frumento più dell’orto?”
Nel mentre, il chiù che s’era assettato sull’olmo, aprì il becco e gli rispose:
“Più!”
“Per Sant’Alessandro – gridò lui con gioia – quest’è l’angelo di Dio che mi risponde, e dice che m’ha da fare di più. E quanto allora, otto salme?”
“Più, più!”, rispose quello.
“E bravo l’Angelo di Dio! - diceva lui – E quanto ancora, che mi conforta: dieci?”
“Più!”
“Dodici?”
“Più!”
E così restò tutta la notte, lui a crescere e l’altro a fare più più.

L’angelo di Dio, da Mimi siciliani di Francesco Lanza




Un giorno trovandosi San Pietro a passare di qua, vide il piazzese che arato il suo campo lo andava seminando:
- O che semini? - gli domandò.
E quello:
- Minchie, per chi non ne ha.
- E minchie sieno - disse San Pietro, facendoci sopra la benedizione.
E alla stagione infatti il campo produsse in abbondanza grandi minchie e rigogliose; e fu lo spasso delle vedove, delle vergini e delle maritate, cui una sola non bastava più.

Le minchie, da Mimi siciliani[more][more] di Francesco Lanza

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la paura mangia l'anima #3 - CITTA' DOLENTE parte II 
MAJAZÉ MAGAZZINO CULTURALE
Via Ursino 6, Catania
14 Aprile 2006, ore 21,00





Programma:

Un modicano a Budapest (17’)
di Zoltan Fazekas e Sebastiano Pennisi

È il secondo lavoro audio-video nato dalla collaborazione fra il fotografo ungherese Zoltan Fazekas e il documentarista acese Sebastiano Pennisi.
Il modicano Giovanni Caso racconta la nascita della prima pizzeria italiana a Budapest. Attorno all’intervista realizzata dai due autori, il montaggio di canzoni e foto d’epoca interagisce ironicamente con i ricordi del vecchio modicano.

Comet III (15’)
di Delfo Catania e Carlo Matanza
Il nome Comet III viene da una vecchia macchina fotografica degli anni 50 della Bencini di Milano, più che una fotocamera una piccola cinepresa . Il progetto nasce dall’amicizia e dall’intesa musicale fra Delfo Catania e Carlo Matanza. È un progetto elettroacustico in cui Carlo dispiega la sua arte semplice con i sintetizzatori (Minimoog Voyager, profesy, organi vari, theremin, g2 e quant’altro) mentre Delfo lavora con la chitarra acustica 6 e 12 corde + chitarre elettriche (dronate, riverberate), flauto di bambù, field recording, nastro magnetico, sitar, e strumenti autocostruiti.
Astral Voyager è un viaggio attorno a nebulose e pianeti lontani, descritti perfettamente dalle pulsioni del moog. Le foto che seguono il percorso di Astral Voyager sono filtrate da un apple computer e rappresentano mete e sogni del viaggiatore astrale.

La Fenêtre s’ouvre sur notre cour (9’)
di Stefano Meneghetti

Il cortometraggio del film-maker milanese mostra come l’uso consapevole e accorto degli effetti digitali di manipolazione dell’immagine, accompagnato da un montaggio sapiente della colonna audio, possa evitare le cadute nella sperimentazione fine a se stessa e risultare funzionale alla resa espressiva dell’opera.

Vendemmia 1930 (11’)
di Agostino Pennisi di Floristella
Un interessante documento antropologico: la vendemmia nei possedimenti del barone Agostino Pennisi di Floristella.
La proiezione è accompagnata dalla performance musicale live dei siracusani Giovanni Fiderio, Vincenzo Tabacco, Carlo Barbagallo.

Documentari sonori di Radio Libera, 25 marzo 1970, dal Centro Studi e Iniziative – Partinico (Pa) (44’)
di Danilo Dolci

«Questi testi sono stati scritti in una precisa funzione: per una nuova radio, la radio della gente che solitamente non ha voce, non riesce a farsi sentire.
Il 25 marzo 1970 alle 19 e 30 è iniziata dal Centro studi e iniziative a Partinico, una trasmissione a modulazione di frequenze e su onde corte che comprendeva: un appello relativo alle condizioni della popolazione delle Valli Belice, Jato e Carboni, all’opinione pubblica nazionale e internazionale, e agli organi direttamente responsabili; la voce della gente (bambini, donne, agricoltori, operai, sindaci, sindacalisti, medici, educatori); il punto esatto sulla finora non avvenuta ricostruzione (vi è documentato fra l’altro un fatto gravissimo: a parte il denaro confusamente usato, spesso mal usato e sperperato in baracche e assistenza – non un solo miliardo è stato speso, dei 162 stanziati specificamente per la ricostruzione, a più di due anni dal terremoto). E, infine, la parte qui presentata (sullo sfondo di una stupenda musica per flauto dolce, suonata da Amico, un ragazzino di cui probabilmente si sentirà parlare quando avrà qualche anno in più), espressione di valori culturali presenti nella Sicilia occidentale, che non vogliamo muoiano: non si vive solo di pane e baracche, o di case quando si riesce ad averle.
Alle 22 di ieri, 26 marzo, l’irruzione di un centinaio di carabinieri e guardie di pubblica sicurezza, attrezzatissimi di potenti mezzi meccanici: in pochi minuti scassavano con innegabile perizia porte e cancelli impossessandosi delle trasmittenti.»
Danilo Dolci, Partinico, 27 marzo 1970

Biciclette (17’)
di Antonio Bellia

Un modo diverso di vivere il rapporto con la propria città. La bicicletta favorisce la socializzazione e consente al cittadino di aderire intimamente allo spazio urbano.




Città dolente parte II

«Ma in fondo che cosa è successo in questa città durante quei due giorni? Penso che si sia trattato delle forze armate della polizia e delle milizie che si sono intromesse in modo grossolano negli affari dei giovani che avevano creato un mito del proprio santo, penso che si sia trattato delle forze armate che si sono appropriate del diritto di oltrepassare il limite della legittima difesa contro persone che non usavano né armi da fuoco, né sassi, né bastoni, che avevano con sé solo parole e un fischietto fatto di due dita, che avevano con sé un bimbo in carrozzina».
da Il flauto magico, Bohumil Hrabal, scritto dopo la manifestazione in piazza Venceslao del 15/1/’89 a venti anni dalla morte di Jan Palach, lo studente che si arse vivo per protesta contro l’invasione della Cecoslovacchia.

«Laggiù nel bosco mi aspettano le mie ultime speranze, l’ultima ragione di vita, i gattini che rabbrividiscono terrorizzati, e se io non arrivassi, che ne sarebbe di loro, chi li amerebbe, chi li accarezzerebbe, perché quei micetti mi amano, mentre ormai a me fa male non solo la stanzetta dove dormo, ormai mi fa male l’intera città in cui vivo, mi fa ormai male il mondo intero…»
da Il flauto magico, Bohumil Hrabal

«Quando penso al tempo di una volta, mi ricordo soprattutto i rumori. Mi impressiona molto il cambiamento dei rumori: mi ricordo dei cavalli, la gente che tornava a casa la notte canticchiando, le madri che chiamavano i figli, il tram che faceva il giro dell’anello. Oggi invece una risata che sia una risata non si sente più, oggi si sghignazza isterici, nessuno ride più. Io volevo fare questo senso del non ridere, della gente cambiata. Prima si rideva, si sentivano le voci della gente, il padre che mena il ragazzino, l’operaio che fischietta. Oggi non si sente più niente. La gente comunica attraverso i vetri, è fredda, non odora manco più di sudore».
Sergio Citti, intervistato a proposito del film Due pezzi di pane

«Palermo è una città molto cambiata, una città che non ha più fascino proprio dal punto di vista fisico. Se tu vai in giro vedi una città che sta cambiando in peggio, con una serie di opere di restauro che hanno completamente cancellato dai muri la memoria, sembra una specie di Cinecittà di compensato. Il mio amore per questa città è solo nella memoria. Poi è una città in cui i giovani sono manageriali, frequentatori di una serie infinita di pub. Certo, un pezzo della città vive nella miseria, c’è una sporcizia incredibile, basta che piova e la città diventa un lago di merda. Palermo non ha più neanche le rovine. Esteticamente è un orrore. Una volta c’erano da un lato quartieri e rovine, e una Palermo borghese schifosa dall’altra parte. Ora è una Milano 3 in cui dilaga una mentalità manageriale, nel senso dell’arraffare i soldi della Comunità Europea».
Franco Maresco[more]
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la paura mangia l'anima #2 
MAJAZÉ MAGAZZINO CULTURALE
Via Ursino 6, Catania
21 Febbraio 2006, ore 21,0





HAVE YOU GOT YOUR MASK
di Emilia Badalà con Stefano Spoto

Diaporama - 15 minuti circa
Immagini dipinte o incollate su diapositiva.
Una riflessione sull’identità.


FUNERALE A BERLINO
di Cane CapoVolto

Radiodramma.
2005 Durata: 21:24
Aprile 1945. Bunker di Berlino. Le ultime ore di Hitler e dei suoi generali sono turbate dalla presenza di Dick Cheney, arrivato in gran segreto dagli Stati Uniti. Come è possibile? Ciò accade perché talvolta la Storia non segue soltanto la linea verticale, ma anche una linea orizzontale e allora futuro e presente si mescolano.


A EST DELL'OVEST - A OVEST DELL'EST
di Luca Bertolo
Italia 2005, Durata: 7'50''

Tre personaggi si muovono alla ricerca di qualcuno. Qualcuno fa una ricerca su tre personaggi. Quando i pesci muoiono, vengono rimpiazzati con altri pesci.
Questa è la storia di uno spaesamento. Siamo alla ricerca di qualcosa, di radici, di punti d'appoggio. Ci si muove.
L'inquietudine mangia l'anima, e l'anima - per quanto infinita - sembra finire. Il tempo della riflessione e quello della vita, schiacciati l'uno contro l'altro, si sbriciolano.
La storia non ha preceduto il montaggio del film. L'autore dice di avere intervistato le immagini. Ha chiesto loro: Cosa ne pensate? Qual è il vostro ritmo? Costruite senso?


ALBERI / 4 LOVE / TRE
di Piero Guglielmino

ALBERI
Video documentario Durata 3'20''
Anno 2003 Formato originale Mini-DV
Musica Brian Eno
Un momento sospeso tra la vita degli alberi e il lento respiro di un vecchio senzatetto, la danza delle foglie e i giochi dei bambini.
Una piccola ma profonda porzione di realta' in una villa storica di Catania.

TRE
Video sperimentale (muto) Durata 3'
Anno 2004 Formato originale Mini-DV
(Cosa si nasconde dietro i pixel sfocati di un immagine astratta ?
Gioco o sperimentazione ?

4 LOVE
Video sperimentale Durata 5'30''
Anno 2004 Formato originale Mini-DV
Musica Sigur Ros Suono Davide Palmiotto
"4 love" racconta quattro diversi modi di intendere l'amore.
È un tentativo di visualizzare concetti astratti e personali tramite immagini di una realta' quotidiana "fuori contesto".


MACCHINA
di Aldo Kappadona
1999 Durata: 2 minuti

In Greco antico la parola mechané (machina in Latino,onde la nostra "macchina") era soltanto una variante del méchos, l'espediente, l'artificio.
Macchina è un omaggio ad un oggetto a cui sono legato da un affetto filiale, che si svela lentamente, per mostrare la sua natura e nonostante il tempo la sua vitalità.


L’OMBRA
di Zoltan Fazekas
2005 6’ 22”

Un uomo riflette, vedendo le riprese dell’ultimo giorno di suo padre in ospedale e rivive i luoghi della malattia e della sopravvivenza quotidiana. Anche le radiografie diventano uno strumento per recuperare le tracce di una vita.
La sua fantasia si sprigiona dal bisogno di dare corpo a un’ombra, presente soltanto nel ricordo, ma anche dalla necessità di convivere con la propria ombra, cioè quello che rifiuta di vedere e di essere.



Octavio Paz ha detto: “Basta a un uomo incatenato chiudere gli occhi per avere il potere di far scoppiare il mondo”. Io aggiungo, parafrasandolo: basterebbe che la bianca palpebra dello schermo potesse riflettere la luce che le è propria per far saltare l’universo. Ma per il momento possiamo dormire tranquilli, dato che la luce cinematografica è accuratamente dosata e controllata. Nessuna tra le arti tradizionali manifesta una sproporzione così grande tra le possibilità che offre e le proprie realizzazioni.
Luis Buñuel ( 1953)


Sinceramente sono molto depresso per questi clichés pubblicitari, questi manifesti di viaggi, queste immagini inutili e insignificanti che ci circondano. Meritiamo di meglio…. Io voglio mostrare a cosa può assomigliare un albero quando lo si vede per la prima volta nella vita. E’ come se fosse la prima volta che si aprono gli occhi per vedere come è fatto il mondo. Ho l’impressione di appartenere al mondo della notte e che i miei film nascano dall’oscurità.
Le nostre immagini sono del tutto arretrate rispetto al nostro grado di civiltà…se non troviamo immagini adeguate, questo è grave perché è così che una civiltà si estingue…lavoro a un’immagine dell’uomo…non cerco “relitti d’umanità”, come hanno detto, ma l’uomo autonomo, forte.
Chi ha avuto paura vede di più.
Werner Herzog, Cinema 75, n. 198, maggio 1975/ Film Quarterly, autunno 1977.


AI giorno d’oggi la comunicazione è il luogo dove le cose vanno in peggio. E’ lì che le cose non vanno, non prima o dopo. Ciò che non va non sono tanto le relazioni Libano-israele, ma ciò che se ne pensa e se ne dice, perché non si sa che dire. E’ qui che la TV è criminale, e la stampa con essa
Jean-Luc Godard ( 1976)


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