Piazza San Placido 10, Catania
17 Maggio 2006, ore 21,00

Programma:
Folk lapa
di Enrico Grassi Bertazzi
Dopo Telos, realizzato con Turi Sciacca, Enrico Grassi Bertazzi torna a “La paura mangia l’anima” con Folk lapa.
Tema del cortometraggio è la contrapposizione tra le tradizioni antiche del popolo siciliano e il rischio di omologazione che si nasconde dietro la globalizzazione.
Una moto-ape corre per una stradina di campagna, alcuni personaggi si muovono tra lape-carretti in un lapa-raduno. Le lape si rincorrono in strade cittadine. La prima lapa si ferma davanti a un McDonald’s.
Le feste del pane (30’)
di Giancarlo Santi
Ormai da parecchi anni Giancarlo Santi “va per feste” e scrive di feste religiose con un approccio molto personale, che non è quello dell’antropologo accademico o del giornalista, ma del “viaggiatore sentimentale”. La sua ricerca costituisce un contributo importante, anche se certamente atipico dal punto di vista editoriale, alla conoscenza delle tradizioni popolari in Sicilia. Ha pubblicato “La strada dei santi” (Monelli, Bologna), accompagnato dalle fotografie da lui stesso scattate.
La proiezione di diapositive in programma è incentrata su tutte quelle feste religiose contraddistinte dalla presenza ritualizzata del pane.
La vergine dello scoglio (15’)
di Lino Greco
Ogni anno, nei pressi del paesino calabrese Placanica, viene celebrata l’apparizione della Vergine a un giovane del luogo, che da quel momento è conosciuto come Fratel Cosimo.
L’evento attrae migliaia di pellegrini calabresi ed ha trasformato l’area, nel giro di pochi anni, in uno dei luoghi più importanti e frequentati della devozione popolare.
Il documentario racconta il viaggio e le preghiere di un gruppo di pellegrini guidati da Gina Chiarello, preziosa fonte di informazioni e profonda conoscitrice della storia e dei rituali religiosi del luogo.
Cunti e canti di santi e di briganti (30’)
di Angelo Maddalena
(illustrazioni di Colapisci di Marcella Brancaforte)
Angelo Maddalena nasce come cantastorie in un’epoca in cui i cantastorie sono tutti morti. Dopo meno di un anno dalla prima esibizione, è invitato a partecipare alle seguenti manifestazioni musicali e festival di Artisti di Strada: Teatri in città (Caltagirone), Le vie della Musica (Monza), Ibla Buskers (Ragusa Ibla), Med Fest (Buccheri). Il senso delle storie che Angelo canta nasce dall’esigenza di reinventare un patrimonio di testi e di ritmi già esistente e dall’inclinazione a esprimersi attraverso una forma di narrazione orale. Nel 2003 Angelo Maddalena conosce Mariella Siciliano che diventa sua stretta collaboratrice per quanto riguarda la stesura dei testi. Insieme realizzano il CD “Certi voti”. Dopo la tragica scomparsa della sua collaboratrice, Angelo continua a scrivere, curando soprattutto la ricercatezza dell’esecuzione.
La Passione de Il Miracolo (10’)
di Edoardo Winspeare
Il salentino Edoardo Winspeare è uno dei pochi registi italiani i cui lavori interpretano in maniera autentica e sincera le contraddizioni della propria terra. All’esordio Pizzicata (1996), un ritratto allo stesso tempo ruvido ed elegiaco della civiltà contadina, seguono il viscerale Sangue vivo (2000) e il rosselliniano Il miracolo (2003).
Diario di viaggio (46’)
di Associazione Documenta
L’Associazione Documenta ha iniziato da qualche anno a raccogliere e catalogare le più significative feste religiose siciliane; gli eventi nei quali è più ricco il conflitto tra la religiosità ufficiale e i riti pre-cristiani, tra la modernità e le tradizioni cerimoniali che continuano a resistere nel tempo.
Un punto di vista non-accademico ha permesso di cogliere l’essenza delle feste patronali (l’elemento umano soprattutto) cercando di trovare un equilibrio tra il linguaggio cinematografico ed il rigore della documentazione sul campo.
TRADIZIONI POPOLARI
Per Sant’Alessandro, il barrafranchese si mise sulla mula e se n’andò a vedere il suo campo come cresceva. Già spigava, più alto d’un uomo, e a quel venticello faceva le onde come il mare, fitto e lucente.
Non c’era uno più contento di lui; e stava a bocca aperta a mirarlo, senza pensare al tempo. Si fece notte, ed era ancora là che non poteva spicciarsi da quel trionfo; e come spuntò la luna si mise sul colle per guardarlo meglio, e andava dicendo a voce forte:
“Vuoi vedere, così bello com’è che quest’anno va più valoroso che mai, e mi fa sei salme di frumento più dell’orto?”
Nel mentre, il chiù che s’era assettato sull’olmo, aprì il becco e gli rispose:
“Più!”
“Per Sant’Alessandro – gridò lui con gioia – quest’è l’angelo di Dio che mi risponde, e dice che m’ha da fare di più. E quanto allora, otto salme?”
“Più, più!”, rispose quello.
“E bravo l’Angelo di Dio! - diceva lui – E quanto ancora, che mi conforta: dieci?”
“Più!”
“Dodici?”
“Più!”
E così restò tutta la notte, lui a crescere e l’altro a fare più più.
L’angelo di Dio, da Mimi siciliani di Francesco Lanza
Un giorno trovandosi San Pietro a passare di qua, vide il piazzese che arato il suo campo lo andava seminando:
- O che semini? - gli domandò.
E quello:
- Minchie, per chi non ne ha.
- E minchie sieno - disse San Pietro, facendoci sopra la benedizione.
E alla stagione infatti il campo produsse in abbondanza grandi minchie e rigogliose; e fu lo spasso delle vedove, delle vergini e delle maritate, cui una sola non bastava più.
Le minchie, da Mimi siciliani[more][more] di Francesco Lanza
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MAJAZÉ MAGAZZINO CULTURALE
Via Ursino 6, Catania
14 Aprile 2006, ore 21,00

Programma:
Un modicano a Budapest (17’)
di Zoltan Fazekas e Sebastiano Pennisi
È il secondo lavoro audio-video nato dalla collaborazione fra il fotografo ungherese Zoltan Fazekas e il documentarista acese Sebastiano Pennisi.
Il modicano Giovanni Caso racconta la nascita della prima pizzeria italiana a Budapest. Attorno all’intervista realizzata dai due autori, il montaggio di canzoni e foto d’epoca interagisce ironicamente con i ricordi del vecchio modicano.
Comet III (15’)
di Delfo Catania e Carlo Matanza
Il nome Comet III viene da una vecchia macchina fotografica degli anni 50 della Bencini di Milano, più che una fotocamera una piccola cinepresa . Il progetto nasce dall’amicizia e dall’intesa musicale fra Delfo Catania e Carlo Matanza. È un progetto elettroacustico in cui Carlo dispiega la sua arte semplice con i sintetizzatori (Minimoog Voyager, profesy, organi vari, theremin, g2 e quant’altro) mentre Delfo lavora con la chitarra acustica 6 e 12 corde + chitarre elettriche (dronate, riverberate), flauto di bambù, field recording, nastro magnetico, sitar, e strumenti autocostruiti.
Astral Voyager è un viaggio attorno a nebulose e pianeti lontani, descritti perfettamente dalle pulsioni del moog. Le foto che seguono il percorso di Astral Voyager sono filtrate da un apple computer e rappresentano mete e sogni del viaggiatore astrale.
La Fenêtre s’ouvre sur notre cour (9’)
di Stefano Meneghetti
Il cortometraggio del film-maker milanese mostra come l’uso consapevole e accorto degli effetti digitali di manipolazione dell’immagine, accompagnato da un montaggio sapiente della colonna audio, possa evitare le cadute nella sperimentazione fine a se stessa e risultare funzionale alla resa espressiva dell’opera.
Vendemmia 1930 (11’)
di Agostino Pennisi di Floristella
Un interessante documento antropologico: la vendemmia nei possedimenti del barone Agostino Pennisi di Floristella.
La proiezione è accompagnata dalla performance musicale live dei siracusani Giovanni Fiderio, Vincenzo Tabacco, Carlo Barbagallo.
Documentari sonori di Radio Libera, 25 marzo 1970, dal Centro Studi e Iniziative – Partinico (Pa) (44’)
di Danilo Dolci
«Questi testi sono stati scritti in una precisa funzione: per una nuova radio, la radio della gente che solitamente non ha voce, non riesce a farsi sentire.
Il 25 marzo 1970 alle 19 e 30 è iniziata dal Centro studi e iniziative a Partinico, una trasmissione a modulazione di frequenze e su onde corte che comprendeva: un appello relativo alle condizioni della popolazione delle Valli Belice, Jato e Carboni, all’opinione pubblica nazionale e internazionale, e agli organi direttamente responsabili; la voce della gente (bambini, donne, agricoltori, operai, sindaci, sindacalisti, medici, educatori); il punto esatto sulla finora non avvenuta ricostruzione (vi è documentato fra l’altro un fatto gravissimo: a parte il denaro confusamente usato, spesso mal usato e sperperato in baracche e assistenza – non un solo miliardo è stato speso, dei 162 stanziati specificamente per la ricostruzione, a più di due anni dal terremoto). E, infine, la parte qui presentata (sullo sfondo di una stupenda musica per flauto dolce, suonata da Amico, un ragazzino di cui probabilmente si sentirà parlare quando avrà qualche anno in più), espressione di valori culturali presenti nella Sicilia occidentale, che non vogliamo muoiano: non si vive solo di pane e baracche, o di case quando si riesce ad averle.
Alle 22 di ieri, 26 marzo, l’irruzione di un centinaio di carabinieri e guardie di pubblica sicurezza, attrezzatissimi di potenti mezzi meccanici: in pochi minuti scassavano con innegabile perizia porte e cancelli impossessandosi delle trasmittenti.»
Danilo Dolci, Partinico, 27 marzo 1970
Biciclette (17’)
di Antonio Bellia
Un modo diverso di vivere il rapporto con la propria città. La bicicletta favorisce la socializzazione e consente al cittadino di aderire intimamente allo spazio urbano.
Città dolente parte II
«Ma in fondo che cosa è successo in questa città durante quei due giorni? Penso che si sia trattato delle forze armate della polizia e delle milizie che si sono intromesse in modo grossolano negli affari dei giovani che avevano creato un mito del proprio santo, penso che si sia trattato delle forze armate che si sono appropriate del diritto di oltrepassare il limite della legittima difesa contro persone che non usavano né armi da fuoco, né sassi, né bastoni, che avevano con sé solo parole e un fischietto fatto di due dita, che avevano con sé un bimbo in carrozzina».
da Il flauto magico, Bohumil Hrabal, scritto dopo la manifestazione in piazza Venceslao del 15/1/’89 a venti anni dalla morte di Jan Palach, lo studente che si arse vivo per protesta contro l’invasione della Cecoslovacchia.
«Laggiù nel bosco mi aspettano le mie ultime speranze, l’ultima ragione di vita, i gattini che rabbrividiscono terrorizzati, e se io non arrivassi, che ne sarebbe di loro, chi li amerebbe, chi li accarezzerebbe, perché quei micetti mi amano, mentre ormai a me fa male non solo la stanzetta dove dormo, ormai mi fa male l’intera città in cui vivo, mi fa ormai male il mondo intero…»
da Il flauto magico, Bohumil Hrabal
«Quando penso al tempo di una volta, mi ricordo soprattutto i rumori. Mi impressiona molto il cambiamento dei rumori: mi ricordo dei cavalli, la gente che tornava a casa la notte canticchiando, le madri che chiamavano i figli, il tram che faceva il giro dell’anello. Oggi invece una risata che sia una risata non si sente più, oggi si sghignazza isterici, nessuno ride più. Io volevo fare questo senso del non ridere, della gente cambiata. Prima si rideva, si sentivano le voci della gente, il padre che mena il ragazzino, l’operaio che fischietta. Oggi non si sente più niente. La gente comunica attraverso i vetri, è fredda, non odora manco più di sudore».
Sergio Citti, intervistato a proposito del film Due pezzi di pane
«Palermo è una città molto cambiata, una città che non ha più fascino proprio dal punto di vista fisico. Se tu vai in giro vedi una città che sta cambiando in peggio, con una serie di opere di restauro che hanno completamente cancellato dai muri la memoria, sembra una specie di Cinecittà di compensato. Il mio amore per questa città è solo nella memoria. Poi è una città in cui i giovani sono manageriali, frequentatori di una serie infinita di pub. Certo, un pezzo della città vive nella miseria, c’è una sporcizia incredibile, basta che piova e la città diventa un lago di merda. Palermo non ha più neanche le rovine. Esteticamente è un orrore. Una volta c’erano da un lato quartieri e rovine, e una Palermo borghese schifosa dall’altra parte. Ora è una Milano 3 in cui dilaga una mentalità manageriale, nel senso dell’arraffare i soldi della Comunità Europea».
Franco Maresco[more]
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MAJAZÉ MAGAZZINO CULTURALE
Via Ursino 6, Catania
21 Febbraio 2006, ore 21,0

HAVE YOU GOT YOUR MASK
di Emilia Badalà con Stefano Spoto
Diaporama - 15 minuti circa
Immagini dipinte o incollate su diapositiva.
Una riflessione sull’identità.
FUNERALE A BERLINO
di Cane CapoVolto
Radiodramma.
2005 Durata: 21:24
Aprile 1945. Bunker di Berlino. Le ultime ore di Hitler e dei suoi generali sono turbate dalla presenza di Dick Cheney, arrivato in gran segreto dagli Stati Uniti. Come è possibile? Ciò accade perché talvolta la Storia non segue soltanto la linea verticale, ma anche una linea orizzontale e allora futuro e presente si mescolano.
A EST DELL'OVEST - A OVEST DELL'EST
di Luca Bertolo
Italia 2005, Durata: 7'50''
Tre personaggi si muovono alla ricerca di qualcuno. Qualcuno fa una ricerca su tre personaggi. Quando i pesci muoiono, vengono rimpiazzati con altri pesci.
Questa è la storia di uno spaesamento. Siamo alla ricerca di qualcosa, di radici, di punti d'appoggio. Ci si muove.
L'inquietudine mangia l'anima, e l'anima - per quanto infinita - sembra finire. Il tempo della riflessione e quello della vita, schiacciati l'uno contro l'altro, si sbriciolano.
La storia non ha preceduto il montaggio del film. L'autore dice di avere intervistato le immagini. Ha chiesto loro: Cosa ne pensate? Qual è il vostro ritmo? Costruite senso?
ALBERI / 4 LOVE / TRE
di Piero Guglielmino
ALBERI
Video documentario Durata 3'20''
Anno 2003 Formato originale Mini-DV
Musica Brian Eno
Un momento sospeso tra la vita degli alberi e il lento respiro di un vecchio senzatetto, la danza delle foglie e i giochi dei bambini.
Una piccola ma profonda porzione di realta' in una villa storica di Catania.
TRE
Video sperimentale (muto) Durata 3'
Anno 2004 Formato originale Mini-DV
(Cosa si nasconde dietro i pixel sfocati di un immagine astratta ?
Gioco o sperimentazione ?
4 LOVE
Video sperimentale Durata 5'30''
Anno 2004 Formato originale Mini-DV
Musica Sigur Ros Suono Davide Palmiotto
"4 love" racconta quattro diversi modi di intendere l'amore.
È un tentativo di visualizzare concetti astratti e personali tramite immagini di una realta' quotidiana "fuori contesto".
MACCHINA
di Aldo Kappadona
1999 Durata: 2 minuti
In Greco antico la parola mechané (machina in Latino,onde la nostra "macchina") era soltanto una variante del méchos, l'espediente, l'artificio.
Macchina è un omaggio ad un oggetto a cui sono legato da un affetto filiale, che si svela lentamente, per mostrare la sua natura e nonostante il tempo la sua vitalità.
L’OMBRA
di Zoltan Fazekas
2005 6’ 22”
Un uomo riflette, vedendo le riprese dell’ultimo giorno di suo padre in ospedale e rivive i luoghi della malattia e della sopravvivenza quotidiana. Anche le radiografie diventano uno strumento per recuperare le tracce di una vita.
La sua fantasia si sprigiona dal bisogno di dare corpo a un’ombra, presente soltanto nel ricordo, ma anche dalla necessità di convivere con la propria ombra, cioè quello che rifiuta di vedere e di essere.
Octavio Paz ha detto: “Basta a un uomo incatenato chiudere gli occhi per avere il potere di far scoppiare il mondo”. Io aggiungo, parafrasandolo: basterebbe che la bianca palpebra dello schermo potesse riflettere la luce che le è propria per far saltare l’universo. Ma per il momento possiamo dormire tranquilli, dato che la luce cinematografica è accuratamente dosata e controllata. Nessuna tra le arti tradizionali manifesta una sproporzione così grande tra le possibilità che offre e le proprie realizzazioni.
Luis Buñuel ( 1953)
Sinceramente sono molto depresso per questi clichés pubblicitari, questi manifesti di viaggi, queste immagini inutili e insignificanti che ci circondano. Meritiamo di meglio…. Io voglio mostrare a cosa può assomigliare un albero quando lo si vede per la prima volta nella vita. E’ come se fosse la prima volta che si aprono gli occhi per vedere come è fatto il mondo. Ho l’impressione di appartenere al mondo della notte e che i miei film nascano dall’oscurità.
Le nostre immagini sono del tutto arretrate rispetto al nostro grado di civiltà…se non troviamo immagini adeguate, questo è grave perché è così che una civiltà si estingue…lavoro a un’immagine dell’uomo…non cerco “relitti d’umanità”, come hanno detto, ma l’uomo autonomo, forte.
Chi ha avuto paura vede di più.
Werner Herzog, Cinema 75, n. 198, maggio 1975/ Film Quarterly, autunno 1977.
AI giorno d’oggi la comunicazione è il luogo dove le cose vanno in peggio. E’ lì che le cose non vanno, non prima o dopo. Ciò che non va non sono tanto le relazioni Libano-israele, ma ciò che se ne pensa e se ne dice, perché non si sa che dire. E’ qui che la TV è criminale, e la stampa con essa
Jean-Luc Godard ( 1976)
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CAMERA TEATRO STUDIO
Viale Mario Rapisardi 443, Catania
13 Gennaio 2006, ore 20.30 e ore 22,30

SE GLI OCCHI FIORISSERO
Riprese: Alessandro Aiello, Sebastiano Pennisi
Fotografie: Zoltan Fazekas
Musica: Enrico Grassi Bertazzi, Enrico Sorbello, Johann Sebastian Bach
Montaggio: Riccardo Guardone
Regia: Zoltan Fazekas, Sebastiano Pennisi
2005 9:30
La saggezza e l’autenticità del mondo contadino di contro alla facile superficialità della società della mercificazione. Un gesto unico, un viso autentico, una frase semplice e poetica si contrappongono alla riproduzione meccanica e seriale. Esisteva una coltura e una cultura, che oggi rischiamo di perdere con distratta noncuranza tra gli scomparti dei supermercati. Noi stessi, chiusi nei carrelli del consumismo e nelle gabbie dell’edonismo, rischiamo di smarrire il senso di appartenenza alla terra e la memoria delle nostre radici.
IL MIO PAESE (MY TOWN)
Lenght loop: 3:43
Tape master: digital video
Year: 2005
Film by: Carmelo S. Sciuto aka karmek <www.mcastudio.it>
Type: sensory video
Colour mode: colour
Picture format: Pal 4:3
Music by Karmek
Un incontro tra tecnica e sogno. Un video sensoriale contaminato da mediamorfosi e rimediazioni di una storia avvenuta in sogno. Nuovi sogni e nuovi mezzi. Un montaggio automatico e veloce come scrivere sul proprio diario appena alzati, alla mattina, prima del caffé Un cut up emozionale quanto profondamente tecnocentrico. Una visione soggettiva dell'autore sui frame del proprio spazio.
RICORDI ESTIVI
Radiodramma di Giuseppe Coco
Italia 1999
Durata: 18:13 min
Formato originale: CD audio
Lingua originale: Italiano
Gli esperimenti di Giuseppe Coco con il radiodramma sono,
in tutta evidenza, influenzati dalla sua attività professionale di
montatore-video. In “Ricordi estivi” l’autore si accanisce su
un dramma radiofonico classico, contaminandolo con effetti
sonori e canzonette anni 70.
DIACROMIE
Diaproiezione e performance musicale
Barbas| diapitture e suoni / Enrico Sorbello| violoncello
Enrico Grassi Bertazzi| percussuoni
Un viaggio interiore lungo sentieri evocativi, tra suoni, forme e colori, guidato da una sequenza di microastrazioni dilatate da un cono di luce. Il codice è aperto. Come la musica. Vibrazioni, rapporti, relazioni, composizioni di forme pure. Lo spettatore così come i musicisti sono chiamati ad una partecipazione attiva al processo creativo, all'individuazione intuitiva del senso, proiezione della propria personale esperienza. Il messaggio risiede nel mezzo, nel linguaggio, ma trova la sua concretizzazione nel processo comunicativo.
Come in un rituale collettivo si assiste alla realizzazione di un evento unico ed irripetibile il cui fine sociale è la condivisione, l'instaurazione di legami, non importa se labili e provvisori, attorno ad un fulcro comune.
Nessun referente, nessun riferimento manifesto a qualcosa di concreto. Le immagini come i suoni suggeriscono, non rivelano nulla 'immediatamente riconducibile al banale del quotidiano. L'affrancamento dall'oggetto dona "leggerezza", toglie facili appigli e permette affascinanti sconfinamenti verso l'altrove; invita i presenti a un'attenzione rinnovata verso l'interno, il profondo, l'invisibile, a riflettere su una condizione esistenziale ineluttabilmente segnata dal "limite" e dal desiderio di evaderlo.
TELOS
Soggetto e regia: Enrico Grassi Bertazzie Turi Sciacca
Fotografie: Turi Sciacca
Montaggio: Marcello Trovato
Musica: Enrico Grassi Bertazzi,
interpretata da E.G.B., Enrico Sorbello, Cesare Melfa e Davide Urso.
Produzione: 2005
Durata: 15:00
I segni degli sconvolgimenti della natura sono ancora presenti nella Sicilia orientale barocca dove le città ostentano, inconsapevoli, le antiche e frequenti catastrofi: nelle case, porte, finestre e accessi sono sormontati e protetti da una popolazione di mostri minacciosi e incantatori. Questi mostri fanno da cornice e separano i luoghi degli uomini dall’intemperanza della natura. E tanto più terrificante deve essere il mostro quanto più critico ed instabile il luogo di queste costruzioni : la chiave dell’arco.
Quando tutto si scuote e la natura scatena e genera una nuova armonia, l’uomo non può capire né vedere. Gli è essenziale l’incoscienza della precarietà della vita. Ben presto dimenticherà.
47 FRAMMENTI
Durata: 17:30.
Associazione Documenta.
2005
Il video nasce dai versi di Miguel Angel Cuevas (poeta e traduttore)
con l’obiettivo di cercare un’espansione espressiva per certi aspetti conflittuale, anti-didascalica.
CINEMA, radio, televisione, riviste sono una scuola di disattenzione: si guarda senza vedere, si ascolta senza sentire.
Robert Bresson, Note sul cinematografo (1950-58).
I mezzi di comunicazione di massa sono stati un mezzo di spaventoso regresso, di sviluppo appunto senza progresso, di genocidio culturale per due terzi almeno degli italiani…a livello inconscio, un profondo processo di laicizzazione, che consegnava le masse del centro-sud al potere dei mass-media e attraverso questi all’ideologia reale del potere: all’edonismo del potere consumistico.
Pier Paolo Pasolini, Il genocidio (estate 1974)
Il solo modo di prefigurare un cinema nuovo è un maggior rispetto per il ruolo dello spettatore…Forse la soluzione giusta è di stimolare gli spettatori a una presenza attiva e costruttiva… Lo spettatore ha sempre la curiosità di immaginare cosa c’è al di fuori del campo della visione: è abituato a farlo continuamente nel tempo della vita quotidiana. Ma quando le persone entrano in un cinema, per abitudine smettono di essere curiose e immaginative e semplicemente recepiscono ciò che viene loro offerto. E’ questo ciò che cerco di cambiare. Suppongo che il sonoro possa assumere il ruolo di ciò che non è visibile. Non c’è bisogno di dire tutto allo spettatore. Le persone hanno idee diverse…Nella mia mente, l’astrazione che accettiamo in altre forme d’arte – pittura, scultura, musica, poesia – può entrare anche nel cinema. Abbiamo un detto persiano, quando qualcuno guarda qualcosa con vera intensità: “Aveva due occhi e ne ha presi in prestito altri due”. Questi due occhi presi in prestito sono ciò che voglio catturare. E’ il desiderio di andare contro tutto ciò che i film di intrattenimento fanno ogni giorno: tendere a mostrare al pubblico ogni cosa al punto da diventare pornografici. Il mio modo di inquadrare l’azione in verità costringe gli spettatori a stare seduti più dritti e ad allungare il collo per cercare di vedere ciò che non mostro!
Abbas Kiarostami, Due o tre cose che so di me (2003).
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di Livio Marchese
Qualche tempo fa, su ‹‹Fuori orario››, è andato in onda un ciclo di proiezioni dedicato a Miklos Jancsò. Apriva la puntata un breve estratto dalla conferenza Per conoscere Pasolini (1978), nella quale il regista de I disperati di Sandòr, visibilmente commosso e dopo essersi scusato per il suo italiano zoppicante, ricordava il massimo intellettuale italiano del secondo dopoguerra con delle splendide, traballanti parole che volavano dritte al cuore. Se Pasolini, stando all'ateo Jancsò, è stato uno dei pochi figli di Dio che la Storia ha generato, Sergio Citti, che in quell'occasione spalleggiava il regista ungherese, è stato l'apostolo che ha, sì, saputo proseguire sulla strada tracciata dal Maestro, ma in piena autonomia e indipendenza, e coltivando un'idea di cinema assolutamente unica e irripetibile perché fortemente intrisa fino al midollo delle proprie uniche e irripetibili esperienze personali.
Non si vogliono mettere qui a confronto due esperienze così diverse. È evidente che Sergio Citti, da un paragone sul piano culturale o ideologico con Pasolini, ne esce schiacciato (bisognerebbe, in ogni caso, chiarire su quale metro vada misurato il concetto di "cultura", a quali canoni risponda). Ma è anche vero che studiandone a fondo l'opera, si nota come i prestiti corrano in entrambe le direzioni e che non è assolutamente vero che Sergio Citti è un "prodotto" pasoliniano. Per certi versi, anzi, vale il contrario. Oggi non è più un mistero che la materia "bruta" di Ragazzi di vita e Una vita violenta, ma soprattutto di Accattone sia da attribuire al Pittoretto della Maranella. Che poi si tratti di opere pienamente pasoliniane, questo è fuor di dubbio, ma ciò che importa è che l'ispirazione che a loro soggiace è per buona parte cittiana.
Nei tardi anni '60, Sergio Citti riuscirà finalmente a mettersi in proprio ma, dagli esordi fino alle ultime prove, il suo cinema sarà bersagliato da una serie di pregiudizi che lo confineranno in una situazione di marginalità obbligata, tanto che, al giorno d'oggi, a oltre trent'anni dal debutto, non esiste in commercio una sola monografia che affronti sistematicamente la sua opera.
Di pregiudizi si diceva. Ma anche di ignoranza e di razzismo. Quando Pasolini era ancora in vita, si spacciavano addirittura per suoi, film ai quali l'intellettuale bolognese aveva contribuito esclusivamente in fase di scrittura. Nel 1970, all'epoca della prima comparsa nelle sale, Ostia dovette soccombere a razzistiche e spietate logiche di mercato: si escogitò addirittura un espediente grafico, sulla locandina, affinché il film apparisse agli occhi del pubblico come un nuovo parto pasoliniano.
In realtà, di pasoliniano Ostia ha ben poco. Alla semplice lettura della sceneggiatura, la mano dell'amico intellettuale si intravede con una certa facilità, con quelle descrizioni liricheggianti e quei continui riferimenti alla pittura medievale e rinascimentale, ma il suo contributo si ferma lì. La prova che spazza definitivamente via ogni dubbio sulla paternità dell'opera è il fatto che nella fase precedente la realizzazione, Pasolini era impegnato nella post-produzione di Porcile, mentre, nel corso delle riprese, egli non poteva essere presente sul set, trovandosi in Turchia per Medea.
Ritengo siano rari i casi in cui, negli ultimi trentacinque anni di cinema italiano, si possa parlare di "film d'Autore" in senso stretto. Se con l'espressione "film d'Autore" s'intende un'opera che affondi profondamente nelle viscere del suo creatore, mettendone a nudo i lati più oscuri della personalità, che si faccia carico delle esperienze più intime, riuscendo a sublimarle in forma poetica, Ostia è certamente del gruppo. Per Citti sarà il film della vita, il capolavoro tante altre volte inseguito e, forse, mai più raggiunto. Pasolini stesso lo definisce ‹‹un'affabulazione nata da esperienze profonde e atroci dell'autore››. Eppure, nonostante ciò, Citti veniva considerato un epigono pasoliniano fuori tempo massimo, l'inutile cantore di un mondo ormai scomparso. Quello che sfuggiva ai critici dell'epoca, distratti nel migliore dei casi, insopportabilmente snob nel peggiore, è che, come scriveva Pasolini, ‹‹l'amore di due fratelli, insidiato dal diavolo, è un fatto poetico che poteva svolgersi benissimo anche nella Milano bene››. Per intenderci, Ostia è molto più vicino a una tragedia greca che ad Accattone. Uno stupro, un incesto, un parricidio, un fratricidio: non ci vuole molto per capire che a muovere Citti non è certamente l'intento sociologico-linguistico che animava Pasolini, ma la volontà di rendere in maniera poetica, sublimare e trasporre ad un livello metafisico la propria filosofia "di vita" e le esperienze più intime, dal rapporto simbiotico col fratello Franco, a quello tormentato, fatto nello stesso tempo di attrazione e repulsione per il sesso femminile, all'amicizia pura e disinteressata fra individui dello stesso sesso, alla convinzione che il destino dell'uomo è già segnato ed è impossibile cambiarlo.
A parte pochi illuminati, la maggior parte della critica italiana storceva il naso, considerando il Nostro, al più, un naïf, senza accorgersi che dietro il film c'era un problema estetico rilevante quale la conversione delle tecniche del racconto orale nel linguaggio delle immagini. Da sempre Citti ha un innato talento nell'arte del racconto – è proprio quello che colpì Pasolini ai tempi del loro primo incontro – ed è capace di esercitarla indifferentemente con gli amici pescatori, così come col pubblico borghese e intellettuale. Il problema che il regista si poneva agli albori della sua carriera era quello di sopperire alla presenza invasiva della macchina da presa. Nel corso degli anni avrebbe ribadito più volte il sogno della sua vita: affittare una sala cinematografica e intrattenere gli spettatori servendosi esclusivamente della propria capacità affabulatoria, come un moderno cantastorie. Sin dai tempi di Ostia, Citti è quindi riuscito a trovare un compromesso fra l'uso di una forma espressiva che non lo ha mai convinto in pieno – il cinema mostra delle immagini prestabilite e toglie spazio alla fantasia dello spettatore – e la ricerca di uno stile che avrebbe potuto ovviare a questo inconveniente, facendo avvertire il meno possibile la presenza "castrante" della macchina da presa. Dai suoi film sono banditi movimenti di macchina sinuosi o lunghi ed elaborati piani-sequenza. Le inquadrature sono sempre brevi, quasi fulminee e generalmente a macchina fissa. Non si creda però che uno stile così sobrio ed essenziale sia sinonimo di sciatteria: ci sarebbe parecchio da scrivere sulla sensibilità "pittorica" e sullo straordinario gusto nella composizione dell'immagine (valgano per tutti gli interni caravaggeschi di Ostia ).
Nel '73 Citti torna dietro la macchina da presa per Storie scellerate. Il film venne sbrigativamente inserito nel calderone delle filiazioni degeneri del Decameron, quando in realtà esso aveva poco da spartire anche col fratello maggiore pasoliniano. Storie scellerate è un oggetto alieno nel panorama cinematografico nazionale: è il parto di un regista sottoproletario ma di ascendenza contadina che si propone di fare i conti con il mondo da cui proviene. Per Citti rappresenta un notevole sforzo culturale dal momento che, per trarre ispirazione, gli fu consigliata la lettura del Bandello e dei novellieri del '500. Ma se il progetto originario era quello di rendere cinematograficamente alcune novelle dei suddetti autori affiancandole a due episodi già girati da Pasolini per il Decameron, poi rimasti fuori dal montaggio definitivo, Citti, come sempre, fa di testa sua. Tralascia il materiale già pronto ed elabora una struttura composita, quattro racconti più uno come cornice. È uno schema con cui dimostra di trovarsi parecchio a suo agio e che gli permette di sfruttare al meglio le proprie doti di affabulatore. In Storie scellerate il legame con la tradizione tipicamente popolare del racconto orale è fortissimo: le storie non sono altro che racconti dei protagonisti della cornice e alcune di esse, il regista, da piccolo, le aveva ascoltate nelle osterie delle borgate romane.
Abbandonata l'ambientazione cinquecentesca, Citti colloca le proprie storie ai primi dell'Ottocento, nella Roma papalina dei sonetti belliani. I protagonisti, siano essi pastori, aristocratici, papi o popolane, sono mossi esclusivamente dagli appetiti più bassi – sesso e fame in primo luogo – filmati senza quei falsi pudori che potrebbe mostrare un regista borghese alle prese con una materia così "sconveniente". Al di sopra di tutti gli eventi narrati si colloca la morte, la vera protagonista. Di fronte ad essa Citti mostra un atteggiamento ambiguo. Nelle quattro storie raccontate dai picari la morte è nient'altro che il normale corso degli eventi, un momento transitorio del processo ciclico di distruzione-rigenerazione del corpo-cosmo che il regista imperturbabile contempla con stoico distacco. La rappresentazione della morte convive quindi con quella del sesso o del banchetto senza che il regista adoperi un registro diverso per l'una o per gli altri. Nel finale, con l'impiccagione dei due picari, emerge l'altra faccia della filosofia "di vita" cittiana, l'epicureismo. Bernardino e Mammone sono due "morti de fame" che dalla vita non hanno ottenuto niente ma che non hanno esitato a spassarsela quel poco che è stato loro concesso. E possono quindi morire col sorriso sulle labbra, proprio come il gaudente Piuccio che nell'ultima storia scellerata era stato destinato al Paradiso da un Padreterno rozzo e contadino.
Storie scellerate è l'ultimo film che Citti gira potendo contare sul sostegno pasoliniano. La notte del 2 novembre 1975, all'Idroscalo di Ostia, l'Italietta clerico-fascista post-mutazione antropologica si purga della propria cattiva coscienza. Da allora in poi il regista dovrà vedersela da solo con un mondo in cui non si riconosce più. Le opere successive, Casotto e Due pezzi di pane, saranno quindi fortemente imbevute delle riflessioni pasoliniane sul "genocidio" e sulla "scomparsa della lucciole".
La prima di esse, Casotto, nasce più per necessità produttive che per esigenze artistiche, ma conferma Citti regista dalla mano sicura, capace di far funzionare come un orologio svizzero un cast ben poco omogeneo. Scambiato sbadatamente per l'ennesimo film sull'Italietta alla spiaggia, Casotto radicalizzava la peculiare lotta dei sessi tipicamente cittiana e metteva in scena un'umanità ormai incapace di dare sfogo agli impulsi primari. Se il film si apriva con una panoramica a 360° gradi sullo spazio arioso delimitato dal mare e dalla spiaggia, alla quale faceva seguito, dopo qualche inquadratura, un identico movimento di macchina, ma questa volta all'interno del casotto vuoto, era proprio perché la natura selvaggia, il mondo incontaminato-spazio vitale per lo spiritello Ninetto Davoli, si è imbastardito ed è degenerato nello spazio chiuso-repressivo del casotto-prigione. I protagonisti del film in fondo non sono altro che i discendenti dei personaggi di Storie scellerate, ma antropologicamente mutati e spogliati del flatus vitae necessario per concretizzare le proprie pulsioni. Geniale, poi, l'idea di girare l'intero film all'intero di una cabina balneare, il palcoscenico sul quale l'umana commedia si mette a nudo, letteralmente e metaforicamente.
Due pezzi di pane (1979) affronta gli stessi argomenti ma con un tono più lieve e una messinscena a metà strada fra la favola surreale e il musical popolare. Protagonisti del film sono due suonatori ambulanti, Pippo e Peppe, in cui si ritrovano condensate tutte le componenti dell'ideale etico cittiano: l'amicizia-solidarietà fra esseri dello stesso sesso, la purezza dei sentimenti, l'anarchia e la filosofia del "sapersela gode". Citti seguiva la loro vicenda dai felici e sognanti anni '50 agli squallidi e disumanizzati anni '70. Chiudeva il film, ancora una volta, il binomio morte-risata, ma mentre in Storie scellerate si trattava del riso beffardo di chi muore soddisfatto per aver succhiato fino al midollo quel poco che la vita gli ha concesso, in Due pezzi di pane l'estremo atto di Pippo e Peppe assume l'aspetto inquietante dell'ultima risata del mondo, amara e disincantata come prodotta da chi possiede ormai la consapevolezza che si è giunti al capolinea. Due pezzi di pane è un film profondamente pessimista sul futuro dell'esistenza umana, ma in esso la muta tragedia di Ostia e il ghigno beffardo di Storie scellerate si stemperano in un'atmosfera nostalgica e incantata. La degradazione dell'umanità non è urlata, ma malinconicamente rappresentata tramite i delicati ricordi del bel tempo che fu e la dolorosa constatazione dell'irreversibile precipitare degli eventi verso il baratro.
Sorvolando sulle traversie produttive che da allora in poi intralceranno puntualmente il cammino del Pittoretto, è da rilevare come col successivo, Il minestrone (1981), Citti realizzi il suo antico sogno di incentrare un film su un tema – la fame – che un regista tradizionale fuggirebbe come la peste. Il minestrone racconta le surreali peripezie di una comitiva di "morti de fame" attraverso un mondo sempre più ostile, alla ricerca dell'impossibile soddisfazione dell'impulso primario dell'essere umano.
Si è già visto come l'amicizia fraterna e la solidarietà siano i sentimenti "forti" dell'etica cittiana. Nel Minestrone, film di deriva antropologica, esse conservano la loro validità solo in quanto dettate da necessità e da calcolo opportunistico. Se in Due pezzi di pane Pippo e Peppe, in cella, potevano ancora entrare in immediata sintonia con i "coinquilini" semplicemente unendosi al loro canto, nel Minestrone questo non è più possibile. Francesco e Giovannino, in carcere, fanno conoscenza col Maestro, ma ciascuno cantando la propria canzone. Questo accorgimento ritorna più volte nel film, man mano che la compagnia dei morti di fame si ingrossa, finché si giunge alla situazione paradossale di una gran folla di gente che marcia in fila indiana, ciascuno impegnato in una canzone diversa da quella degli altri. Il risultato è un'assordante e cacofonica sovrapposizione di voci individuali, culminante nell'unico grido distinguibile: ‹‹C'ho faaame!!!››. Questo perché dal momento in cui gli uomini hanno rotto il patto di solidarietà originario, alcuni di essi hanno sopravanzato gli altri. Sono così nate le differenze di classe – che per Citti si riducono a "padroni-affamatori" (chi mangia e caca) e "sfruttati-affamati" (chi non mangia e non caca) – e il mondo è degenerato, trasformandosi in un "cesso". Che il mondo sia diventato un cesso, Citti lo rende cinematograficamente estremizzando le soluzioni paesaggistiche già accennate nella seconda parte – il post-mutazione – di Due pezzi di pane. Si può leggere Il minestrone anche solo prestando attenzione al puro e semplice scorrere dei paesaggi sullo schermo che offrono un significativo contrappunto alle avventure dei protagonisti. Il film si apre dipingendo uno scenario di tipico degrado urbano – al cielo, deturpato da enormi e squallidi palazzoni, fa da contrappunto la terra, insozzata da cumuli di immondizia – e si chiude sulle immense distese gelate, prive di qualsiasi forma di vita, delle Alpi. Fra questi due estremi, i morti di fame, residui antropologici alla deriva, si trovano ad attraversare luoghi che risentono fortemente del contrasto fra "natura" e "modernità".
Nella filosofia cittiana non c'è posto per la speranza. Per questo il film ha una struttura circolare e chiusa in se stessa. Il personaggio a cui dovrebbe essere affidata la salvezza, Lui, è una sorta di Messia in vestaglia da ospedale e armato di flebo invece che di pastorale. Lui guida con fare profetico la processione dei morti di fame, attraverso territori sempre più aspri e brulli, dicendo che ‹‹bisogna andare di là, all'estero!››. Ma ‹‹di là›› non c'è nulla – la comitiva di affamati ne incontra una analoga che procede in senso inverso –, solo freddo, neve ed una surreale banda di ottoni che intona una marcia funebre.
Nel 1985, dopo anni di difficoltà e incomprensioni di ogni sorta, Citti può finalmente tornare dietro la mdp per Sogni e bisogni, film-fiume televisivo di circa 6 ore, organizzato in undici racconti e una cornice. Sogni e bisogni è il compendio della filosofia "di vita" cittiana. Per certi versi si tratta di un film sperimentale, ma il termine è da intendere non in riferimento al linguaggio cinematografico, bensì in relazione alla materia narrativa, al puro e semplice gusto per l'intreccio, per le situazioni paradossali, per i colpi di coda inaspettati. Con Sogni e bisogni Citti può finalmente dare pieno sfogo al suo estro di contastorie. Gli undici episodi sono come altrettante tessere di un mosaico che, insieme, compongono la peculiare visione del mondo del regista romano. Il viaggio dei personaggi-guida – il Destino, il Padreterno e il Diavolo – alla ricerca del "libricino" sul quale sono scritti il passato, il presente e il futuro di tutti gli uomini, diventa quindi il pretesto per inanellare una serie di storie dalle tematiche e dai toni più disparati. Forse non tutte ugualmente riuscite, ma ciascuna, a suo modo, rappresentativa del modo cittiano di guardare la realtà. Si va quindi da Amore cieco a Cuore nero, fisicamente e contenutisticamente agli antipodi, attraverso una serie di casi umani osservati sempre con stoico distacco.
Mortacci (1989) è l'ennesima zampata cittiana. Pressoché interamente girato in un credibilissimo cimitero costruito a Cinecittà, il film è ancora una volta una raccolta di novelle con cornice: l'arrivo al cimitero del soldato costretto ad "allontanarsi" dal paesino in cui è tornato dopo quattro anni di assenza, apre le danze ad uno show in cui i morti, a turno, raccontano la storia della propria dipartita. Una piccola Spoon River nostrana quindi, nella quale i racconti dei morti sono le uniche occasioni per la macchina da presa di varcare le soglie del palcoscenico principale. Nella cornice si narra invece della vita quotidiana nel piccolo cimitero, del custode Domenico, rapace predatore di cadaveri, di Edmondo, l'attore cane che ogni notte scavalca le mura per recitare sulla tomba della propria amata, di grotteschi commerci di scheletri ed ossa, delle ipocrite visite di parenti, amici e congiunti. Citti rovescia il tema della fama produttrice di immortalità che tanto successo ha avuto nella poesia cimiteriale pre-romantica: la gloria, gli onori, il successo, che per i vivi rappresentano la speranza dell'immortalità, per i morti sono solo una palla al piede che li costringe a "vivere" in questa sorta di limbo dantesco. Geniale la conclusione: morto il custode, il cimitero viene preso d'assalto dai vivi che tentano di introdurvisi per continuare a onorare ipocritamente i loro defunti. Dietro il cancello, quindi, i vivi, con i loro affanni quotidiani, le loro miserie e le loro meschinità; davanti a loro, i morti guardano sornionamente il teatrino della vita e, con un ghigno beffardo, si accingono a deporre una spiga di grano sui loro cari che non hanno ancora oltrepassato la soglia. Non bisogna aver paura della morte, ci dice Citti, perché la morte non è che un passaggio da una morte – la vita con tutti i suoi inutili affanni – ad un'altra, e in fin dei conti ci può essere più vita nella seconda che nella prima. ‹‹Mortacci nostri!!!››, sogghignano in conclusione i morti e lo schermo, gradualmente, si ricopre di spighe di grano, simbolo evangelico-paolino della rigenerazione.
Nei primi anni '90 si diffonde la notizia che Sergio Citti sta per mettere mano al Porno-teo-kolossal pasoliniano, ma il film che ne ricaverà, I Magi randagi (1996), avrà ereditato dal soggetto originario soltanto l'idea narrativa di fondo – il viaggio dei Magi al seguito della Cometa – e il tono del racconto, fra il comico e il surreale. Nessuna traccia delle implicazioni ideologiche che appesantivano il progetto del Maestro: se per Pasolini la Cometa rappresentava la falsità delle ideologie, per Citti diventa il bisogno strettamente radicato nell'essere umano di credere in qualcosa.
I Magi randagi racconta le peripezie di tre artisti di un circo scalcinato incaricati dal Padreterno in persona di annunciare all'umanità allo sbando la venuta del nuovo Messia per la redenzione. Operando un'interessante contaminazione fra sacro e profano, Citti cala i tre disgraziati in situazioni sempre più paradossali, alle prese con un mondo che ha reciso ogni legame con l'etica umana. Alla fine di questa peregrinazione i re Magi non troveranno il nuovo Figlio di Dio, ma acquisteranno una coscienza e scopriranno che ogni bambino che nasce, forse, è il nuovo Redentore.
Lo spunto narrativo del successivo Cartoni animati (1998) deriva da uno dei film più amati dal regista, Miracolo a Milano. Il protagonista del film di De Sica, Totò, era un ingenuo, un puro di cuore che grazie al buonumore e alla capacità di sognare riusciva a salvare un'intera comunità di diseredati dalle ingerenze di un perfido imprenditore. Cartoni animati racconta una situazione molto simile. Il nipote di Totò, Salvatore, è un allegro ragazzone che circola sul suo sidecar regalando sogni alla povera gente accampata in una fabbrica dismessa. Con Cartoni animati Citti ci dice che l'unica possibilità per l'uomo di sollevarsi dalle miserie, dalla tragedia del vivere quotidiano, risiede nella capacità di sognare. Ancora una volta un suo film si regge sulle antinomie: da una parte il destino, la necessità, i "bisogni" della vita quotidiana, dall'altra i "sogni", uniche possibili vie di fuga. Ma i due piani si confondono. Dove sta la vera vita? Negli affanni e nelle necessità di ogni giorno o nella libertà, nella felicità, ma anche nell’inafferrabilità del sogno?
Nonostante il grave stato di salute del fratello Franco e lo sfortunato esito di Cartoni animati, che verrà distribuito sei anni dopo le riprese, Sergio non si perde d'animo e si rimette al lavoro. Vipera è ancora una volta la storia di una tragedia familiare. In un paesino siciliano, negli anni della seconda guerra mondiale, la piccola Rosetta vive con il padre perennemente sbronzo dopo l'abbandono della moglie. Rosetta è una delle figure più poetiche immaginate da Citti, quasi una variazione su uno dei personaggi di celluloide che ha più amato, la Mouchette bressoniana: abbandonata dalla madre, violentata e messa incinta dal federale Guastamacchia, Rosetta assisterà impotente alla morte del padre e perderà il frutto del suo grembo, rinchiuso in un orfanotrofio a causa delle infondate dicerie di incesto messe in giro dal fascista-stupratore. Peccato che a delle premesse così stimolanti non faccia da appendice un seguito all'altezza, tant'è vero che la seconda parte, manomessa dalle manie di protagonismo della produttrice-attrice Elide Melli, appare così disorganica e slegata dalla prima, da aver fatto desiderare al regista la distruzione dei negativi originali.
Dopo Vipera Citti gira ancora un altro film, Fratella e sorello, che a causa dei soliti problemi di distribuzione è arrivato nelle sale solo in questi giorni, a oltre tre anni dalle riprese. Non è un capolavoro, anzi, per certi versi, è uno dei episodi più sfocati dell'intera filmografia. Ma a differenza del precedente, è pur sempre un film provvisto di una solida struttura narrativa e marchiato da una forte impronta autoriale. Tanto che vi vanno a confluire tutte le ossessioni che hanno attraversato il suo cinema, dal carcere, il luogo “fisico” nel quale si consolidano i rapporti fra uomini, alla prigione in senso “metafisico” che è la vita oltre le sbarre, dall’amicizia-solidarietà al maschile (il sommo bene cittiano), al ruolo prevaricatore, quasi diabolico, in diretta filiazione da Ostia, della donna. Certo, risultano discutibili certe battutacce di grana grossa, così come è poco condivisibile la scelta del cast. Ma spesso in questi casi, si sa, il regista deve scendere a patti con istanze diverse dalle proprie intenzioni.
Vorrebbe essere un film divertente Fratella e sorello, e invece la sensazione che si impossessa dello spettatore mentre scorrono i titoli di coda è quella di un’amara malinconia. Malinconia per tutto un mondo che è scomparso e che non tornerà più, sconfitto, fagocitato e digerito dal ventre della Bestia, proprio come profetizzava Pasolini oltre trent’anni or sono. E paradossalmente, in un film ossessivamente carnale come questo, ciò che resta impresso nella memoria non è la presenza patinata del corpo perfetto di Youma Diakite, ma quella incanutita, graziosamente scomposta di Laura Betti, qui, nel ruolo del giudice, in una delle ultime e più gustose interpretazioni.
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