Zo, ore 21

Programma
Alberto Grifi, Il grande freddo, 1971, col, [20′38″]
Un film sulla pittura e la sua negazione. Giordano alle prese con la Bella Addormentata. È una sfida. Riuscirà l’arte, libera dai musei e dalle accademie, a restituire alla bambina stuprata e abbandonata sulla neve il desiderio di vivere? Giordano, Principe Azzurro carico di schiacciafarfalle e giochi ottici rotanti, arranca affondando nella neve e…ma la creatività rivoluzionaria non è quella che fa cantare l’uccello in gabbia: è quella per la quale l’uccello prigioniero la gabbia la rompe!
Alessandro Barbadoro, Sulle macchine, 1985, [70']
Grifi spiega come i macchinari da lui stesso inventati siano nati da una urgenza espressiva innovativa e sperimentale
Biografia di Alberto Grifi
Nato a Roma il 29 Maggio del 1938, in un’officina dove suo padre costruiva truke e macchine da presa speciali, Alberto Grifi è considerato tra i primissimi autori di quello che fu chiamato cinema sperimentale italiano. Pittore, regista, cameraman, fonico, attore, fotografo pubblicitario di aereoplani, moda e arte figurativa, autore di dispositivi video-cinematografici come il “vidigrafo” che nel ‘72 servì per trascrivere su pellicola Anna, primo film videoregistrato in Italia.
Comincia ad amare la cinepresa quando, nel 1963, filma lo spettacolo teatrale "Cristo '63" di Carmelo Bene. Successivamente, lo spettacolo stesso verrà vietato dalla questura e tutte le copie di quella ripresa andranno distrutte
Nel ‘64 è autore con Gianfranco Baruchello de La verifica incerta, primo film sperimentale italiano: un massacro cinematografico di film hollywoodiani degli anni ‘50, rimontati pensando al Dada. Proiettato per la prima volta a Parigi in una saletta di doppiaggio agli Champs Elysées, suscitò l’entusiasmo di Marcel Duchamp, Man Ray, Max Ernst. John Cage, entusiasta della colonna sonora, lo presentò al Moma e al New York Museum of Modern Art. Questo metodo di montaggio, questo “detournement”, fu ereditato dalla trasmissione televisiva “Blob” molti anni dopo.
Dopo In viaggio con Patrizia (1965), firma un altro documentario, No stop grammatica, un happening durato 12 ore nella libreria Feltrinelli di Roma.
Teorico degli effetti speciali descritti come una "nuova grammatica visiva capace di descrivere la nuova geografia di percezioni e immaginari sconfinati", si oppone all'estetismo dei film in cassetta, rei di svendere gli stereotipi borghesi. Condannato a due anni di carcere, sconta la sua pena che va dal 1968 al 1969, e con il drammatico Anna (1975), scrive alcune delle pagine fondamentali del cinema italiano. Questo cult movie, che tratta la storia di una sedicenne sarda tossicodipendente e incinta, si avvale, sul versante tecnico, del vidigrafo, un'invenzione di Grifi che permise la trascrizione del nastro video su pellicola 16mm.
Entrato nel gruppo dei "Videoteppisti" (1976), continua la sua produzione di documentari su lotte sociali, sui comportamenti del Proletariato Giovanile e sulla lotta alle istituzioni come: gli ospedali psichiatrici (Il manicomio – Lia, Il preteso corpo), il carcere (Michele alla ricerca della felicità). Negli anni Ottanta, diventa regista di "Mixer" e, non di rado, lavora negli States, in America Latina, Australia e nel Sud-est Asiatico. Regista radiofonico, continua a concedersi come documentarista ne La prima volta che Zavattini provò a usare un videotape (1993) e Leoncavallo, i giorni dello sgombero (1994). Dopo essersi concesso come attore per Carola Spadoni in Giravolte (2001), si ammala ed entra in coma il 20 aprile 2007. Muore tre giorni dopo al Sacro Cuore di Roma.
Filmografia essenziale:
La verifica incerta (1965)
In viaggio con Patrizia (1965)
Transfert per camera verso Virulentia (1967)
Non soffiare nel narghilé (1970)
A Saro crescono i capelli per amore (1970)
Vigilando reprimere (1970)
Il Grande Freddo (1971)
Anna (1975)
Il manicomio – Lia (1977)
Il preteso corpo (1977)
Michele alla ricerca della felicità (1978) (TV)
Dinni e la Normalina, ovvero la videopolizia psichiatrica contro i sedicenti gruppi di follia militante (1978) (TV)
La prima volta che Zavattini provò a usare un videotape (1993)
Leoncavallo, i giorni dello sgombero (1994)
Addò sta Rossellini? (1997)
A proposito degli effetti speciali (2001)
L'occhio è per così dire l'evoluzione biologica di una lacrima (2007)
L'autoritratto Auschwitz (2007)
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Catania, 28 febbraio 2008
Lomax - via Fornai, 44

Per la 15a edizione de La Paura Mangia L'Anima, la redazione "La Paura" ha progettato una serata di improvvisazione totale.
Ian Halliday e Stephen D., Conway interagiranno (leggendo testi propri) con il duo musicale Jargene & Tulafilla, proiezioni di film super-8 anni '70
(tra cui "Logan's Run" / La Fuga di Logan !) dilateranno ulteriormente il Tempo e lo Spazio.
Cold Iron Bones è un progetto aperto a chiunque, non sapendo suonare, vuole esprimersi attraverso i suoni. I testi sono rimaneggiati e plagiati da scritti di Alessandro Aiello.
Osceni e furiosi.
La Paura Mangia l'Anima ha il piacere di ospitare in anteprima nazionale i nuovi brani del chitarrista/autore della band indie-rock Tramuntana. Mapuche è uno stralunato cantautore catanese con una vena lolliana-claustrofobica. La sua voce sembra affiorare dal lerciume di una latrina.
“You dont need a weather man
to know which way the wind blows”
Bob Dylan, da Subterranean homesick blues
“Fanculo la tecnica, l'importante è l'anima di chi suona”
Giovanni Lindo Ferretti
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31 gennaio 2008
Zo, ore 21

- "Realtà-finzione" di Sebastiano Pennisi (40')
- "Sulla Fotografia" di Zoltan Fazekas (30')
- "Tra Antropologia e Cinema di Propaganda" di Alessandro Aiello (40')
- "Mdf" di Gaetano Cappa, opera radiofonica (17')
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Catania, 23 dicembre
Zo, ore 21

Il cinema della realtà secondo Gianfranco Mingozzi
di Sebastiano Pennisi
durata: 50' circa
Il regista, nell'intervista, parla soprattutto della sua esperienza di documentarista in Sicilia attraverso lo sguardo poetico e utopistico e l'attivismo non-violento del sociologo Danilo Dolci.
Nel corso dell'intervista il regista affronta anche la questione della difficoltà di distribuzione che incontra spesso il cinema documentario.
Il putto (1963)
di Gianfranco Mingozzi
durata: 10'
Negli oratori e nelle chiese di Palermo si nascondono centinaia di putti di gesso che circondano gli altari, le finestre, i cornicioni e che lo scultore Giacomo Serpotta creò tra il '600 e il '700 ispirandosi ai bimbi dei vicoli dei quartieri poveri.
Li mali mestieri (1963)
di Gianfranco Mingozzi
durata: 10'
A Palermo pi campari l'omu 'nventa li mistieri...
Il cinema della realtà secondo Manoel de Oliveira
di Sebastiano Pennisi e Livio Marchese
durata: 15' circa
Una breve intervista a Manoel de Oliveira sulla purezza del documentario, sulla funzione della parola e del gesto all'interno del suo cinema e sul rapporto tra cinema e letteratura.
O pao (1959)
di Manoel de Oliveira
durata: 58'
Mediometraggio commissionato al regista dalla Federazione nazionale industriale della molitura per documentare i moderni procedimenti di macinazione del grano.
E' un documentario personale, intenso, pieno di poesia, ricco di riflessioni sul mondo e sull'umanità, carico di simbolismi e di metafore. Da O pao emerge una visione del mondo profonda e meditata.
O pintor e a cidade (1956)
di Manoel de Oliveira
durata: 27'
Protagonista del documentario è la città di Oporto, con i suoi quartieri, la sua gente, le sue strade, seguita nel suo pulsare vitale e instancabile, tanto da invadere e occupare inquadratura dopo inquadratura, tutto lo spazio della visione. Di questo piccolo film, Manoel de Oliveira è autore totale, regista e operatore.
O pintor e a cidade è un lavoro sperimentale, il primo film a colori portoghese, un contributo interessante alla riflessione sulle possibilità del linguaggio cinematografico e sui rapporti complessi tra cinema, arte e vita.
“Se il cinema è movimento, è giustamente grazie alla parola. E' il suono che significa movimento, non l'immagine. Le immagini dei quadri sono fisse: noi possiamo realizzare delle immagini di un paesaggio o di altre cose fisse, ma rimarranno fisse. Invece non si possono fare dei suoni senza movimento. Essi devono dispiegarsi nel tempo.”
Manoel de Oliveira
“Ma, io penso che quello che è ricco se ne frega di quello che è disoccupato, e lo fa morire di fame, insomma; e invece di farlo morire sparando, allora lo fa morire di fame. E questa io penso che sia anche una specie di violenza...si possono fare in tanti modi. La più grande è la guerra, e la più piccola, ma son tutte grandi, far morire un bambino di freddo; che magari ci sono dei bambini di legno vestiti nelle vetrine, poi fuori ci sono bambini che sono nudi e scalzi, e questo non mi sembra cristiano...La violenza è questa: non capisce che quel bambino ha bisogno: il bambino di legno vestito e il bambino di carne nudo...”
dialogo tratto da “La terra dell'uomo”, di Gianfranco Mingozzi
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18 Novembre Zo
L’associazione culturale Cinecircolo L’Eclisse presenta:
LA PAURA MANGIA L’ANIMA, rassegna audio-video non fiction
Edizione #12: L’ IDEA DOCUMENTARIA. 1^ PARTE.
La rassegna riprende l’attività 2007/2008 con due puntate sui maestri del documentario: De Seta, De Oliveira e Mingozzi.
Una riflessione sull’opera dei tre registi, un raffronto tra i loro rispettivi approcci e le loro stesse dichiarazioni rappresentano uno stimolo per meglio comprendere la complessità e l’ “ambiguità” del concetto di “cinema della realtà”.
Il programma di questa dodicesima edizione comprende:
Intervista a Vittorio De Seta. Castello di Donnafugata. Settembre 2006.
durata: 52'
Vittorio De Seta intervistato nell’ambito di un dibattito sull’attualità del documentario parla del passato e del futuro del cinema del reale, preconizza la prossima morte della pellicola, rimarca i vantaggi del digitale e auspica l’avvento di un cinema intento all’ascolto della realtà, aperto alla fecondazione da parte di essa e all’apporto creativo di attori presi dalla vita. Coerentemente fuori da ogni mortificante schema produttivo imposto dal sistema industriale.

Cortometraggi di De Seta: Contadini del mare, I dimenticati
Vittorio De Seta nasce a Palermo il 5 ottobre 1923 da famiglia nobile di origini calabresi. In gioventù frequenta il mondo aristocratico del capoluogo siciliano, che abbandona presto per trasferirsi a Roma. Allievo ufficiale nella marina militare, dal 1943 al 1945 è prigioniero in un campo di concentramento tedesco, ma rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò.
Durante gli anni della prigionia stringe rapporti di amicizia con operai e contadini e matura un senso di profonda estraneità per quella che oggi definisce la sua “infanzia dorata e stupida”.
Negli anni seguenti, tra il 1955 e il 1959, gira tra Sicilia, Sardegna e Calabria dieci documentari per la maggior parte autoprodotti (la troupe é composta da lui e Alfredo Manganiello, il garzone del bar di fronte a casa), entusiasticamente accolti dalla critica: Lu tempu di li pisci spada, Isole di fuoco, Surfarara, Pasqua in Sicilia, Contadini del mare, Parabola d’oro, Pescherecci, Pastori di Orgosolo, Un giorno in Barbagia, I dimenticati. Dedicati a un mondo di umili che scompare, i documentari sono caratterizzati dall’uso del colore e dall’assenza di qualsiasi commento fuori campo, lasciando ampio spazio a voci e rumori dal vivo.
Il suo primo lungometraggio é Banditi a Orgosolo del 1961 (oggetto di numerosi riconoscimenti, tra cui il premio “Opera Prima” al festival di Venezia), in cui la vicenda di Michele, pastore/bandito sardo, si inserisce nella drammatica realtà sociale della Barbagia.
Del 1966 é Un uomo a metà, che scatena a Venezia furibonde polemiche: De Seta é accusato di abbandonare l’impegno sociale in nome della psicoanalisi. Tra i pochi a difenderlo, Moravia e Pasolini.
De Seta insiste sul versante intimista con L’invitata del 1969, da un soggetto di Tonino Guerra, che é anche il primo film non autoprodotto.
Nel 1973 inaugura la sua collaborazione con la RAI realizzando Diario di un maestro, tratto dal libro “Un anno a Pietralata” di Albino Bernardini. Trasmesso in quattro puntate la domenica in prima serata, lo sceneggiato, di cui esiste anche una versione più breve per le sale cinematografiche, è un grande successo popolare (oltre 15 milioni di spettatori) e suscita un acceso dibattito sul sistema scolastico italiano.
Il regista torna sui temi della scuola nel 1979 con il film-inchiesta per la televisione Quando la scuola cambia. Ancora per la RAI realizza nel 1980 le quattro puntate de La Sicilia rivisitata, nelle quali De Seta torna sui luoghi dei suoi primi documentari per vedere cos’é cambiato dopo venticinque anni.
Dopo Un carnevale per Venezia, trasmesso per la Rai Uno nel 1983, De Seta – segnato dalla scomparsa della moglie Vera Gherarducci che aveva collaborato a tutti i suoi film sin dagli esordi, e colpito da una malattia agli occhi – si ritira in Calabria dove si occupa del suo uliveto.
Dopo oltre dieci anni di silenzio, gira nel 1993 il documentario In Calabria, ancora sul tema della cultura popolare che scompare, schiacciata dal pasoliniano “sviluppo senza progresso”.
Del 2006 è Lettere del Sahara, lungometraggio sulla storia di un giovane immigrato senegalese in Italia.
Contadini del mare
Italia, 1955, 10´, 35mm, col., cinemascope, suono stereofonico
Regia e fotografia: Vittorio De Seta. Assistente operatore: Alfredo Manganiello. Tecnico del colore: Alberto Rebella. Organizzazione: Giorgio Francelli. Produzione e distribuzione: Astra Cinematografica.
Primo premio per il documentario al Festival di Mannheim 1956.
Sicilia. Tonnara di Granitola 1955. Alle primi luci incerte dell’alba, i pescatori sulle barche si avviano verso il largo ritmando con canti sommessi il battito dei remi. Recita una scrittura in sovrimpressione: «Al largo delle coste siciliane gli uomini attendono i tonni che, da millenni, seguono una rotta sempre uguale. Quando nella rete affiora il tributo del mare, torna a ripetersi l’alterna vicenda della vita e della morte». Tra gli incitamenti, dispongono le reti in mare, regolano i cordami, organizzano il quadrato delle barche. Preparano meticolosamente il lavoro. Attesa. Chi fuma, chi dorme sul bordo della barca, chi ripara una rete. Alcuni mangiano qualcosa su imbarcazioni ondeggianti. Silenzio, sciacquio del mare. Un pescatore scruta la superficie dell’acqua attraverso cui s’intravedono già i tonni. Volti tesi, corpi fissi e pronti a scattare. Un grido ed esplode il lavoro. Lasciano corde, al canto di melodie ritmate. Da una barca il rais dirige le operazioni. Si chiude la «camera della morte». Il mare si fa sempre più schiumoso via via che le reti sono tirate su. I tonni guizzano, sbattono le code. Sinché lo schermo si riempie della schiuma bianca di violenti getti. Controcampo, le schiene inarcate dei pescatori. La fatica degli uomini si fa sempre più dura. Fragore di voci. Ritmo ossessivo di canti, di gesti, di incitamenti. Primi piani concitati. Il cerchio delle barche si stringe. Un grande tonno è issato a bordo; gli uomini cercano di tenerlo con la fiocina. Si dimena disperatamente, con violenti colpi di coda sulle braccia, sulle reni dei pescatori. Le acque si tingono di sangue. Via via che i tonni si ammucchiano sulle barche, scivolando uno sull’altro, il mare si fa sempre più rosso. La pesca é finita, terribile e mortale rito. Gli uomini, allineati in piedi sulle barche, si levano il cappello e alzano un ringraziamento collettivo a «Jesu». Ultimi sussulti dei tonni in agonia, che gli uomini rinfrescano. La giornata è conclusa. Si levano le ancore, le barche rientrano, controluce a un sole al tramonto, in fila, trainate da un rimorchiatore. Vocio sommesso, lo sciacquio del mare, appena il rumore sordo, lontano del motore.
I dimenticati
Italia, 1959, 20´, 35mm, col., panoramico
Regia e fotografia: Vittorio De Seta. Assistente operatore: Alfredo Manganiello. Collaboratrice al montaggio: Ferdinanda Papa. Organizzazione: Agostino Zenelli. Produzione : Vittorio De Seta.
Giglio d’oro del comune di Firenze al Festival dei Popoli, 1959.
Calabria. Alessandria del Carretto. 1959. Un camion sale a fatica per una strada sterrata di montagna che bruscamente si interrompe. La voce fuori campo spiega come la costruzione della strada sia stata abbandonata dieci anni prima: «Sembra un sortilegio, la tecnica si è arresa alle alluvioni, alle frane». Il paese più in alto è «condannato» a scomparire; «da secoli attende l’acqua, la ruota, la speranza». Il carico del camion viene trasferito sui basti dei muli. Uomini e muli attraversano boschi, guadano fiumi, si inerpicano su pietraie. Attesi, sotto la pioggia, dagli abitanti che fanno ala al loro ingresso in paese. «Alessandria del Carretto: un mucchio di case vecchie, 1600 uomini e donne, un mondo arcaico, spento, dimenticato.» Quando piove l’acqua invade il paese, disgrega il terreno. Volti e lavori contadini di sempre. Il ballo di due uomini al suono di una fisarmonica e di un tamburello sembra annunciare un «evento» insolito. Questo mondo dimenticato «vive». Ogni anno, «dopo il lungo letargo invernale, esplode improvvisa la festa della Primavera». All’alba, i «maestri d’ascia» abbandonano sulla montagna un abete; tutti gli uomini salgono ad assistere al rito, aiutano a sfrondare, a «preparare» l’albero abbattuto. Tra voci, incitamenti, musiche vivaci di fisarmonica, botti, cominciano a trascinarlo a fatica verso il paese. È un rito millenario: «L’albero delle cime montane simboleggia le forze più vitali e nascoste della terra. Ogni anno, la comunità se ne impossessa, le trascina nel proprio seno e, in tal modo, vivifica se stessa e rinasce». Il tragitto è lungo e impervio; tutti assieme lo spingono, lo tirano, lo frenano. I botti in cielo si fanno sempre più fitti. Al corteo si aggregano via via giovani con ramoscelli, donne con cesti delle vivande usate per un pranzo sull’erba, portati sulla testa. Infine, il corteo entra in paese. Il giorno dopo, in piazza, le donne offrono all’incanto oggetti, formaggi, quando possono; il ricavato servirà per pagare le spese della festa. Parallelamente, viene costruito, levigato, adornato di una chioma frondosa l’albero della cuccagna e si svolge per le vie del paese la processione del Santo Patrono. Tutto punteggiato dalla musica della banda municipale e dagli spari fittissimi dei mortaretti. Tra urla d’incitamento, viene innalzato, altissimo, l’albero della cuccagna. Un giovane prova invano a scalarlo. Un altro sale più agevolmente. I volti in ansia, tesi, attenti degli astanti, chi silenzioso e ammirato, chi prodigo di consigli e incitamenti, scandiscono l’ascesa. Il giovane arriva in cima, si appende con le gambe ai rami, si lascia oscillare. Poi scende tra gli applausi entusiastici. La banda continua a suonare, i botti ad esplodere. All’imbrunire la gente si avvia lentamente sulla strada del ritorno a casa, si disperde per le vie del paese. La festa è finita. «È stata l’unica occasione per questi dimenticati di sentirsi vivi. Forse un giorno la strada romperà il loro isolamento, un isolamento che dura da secoli.»
Da Il cinema di Vittorio De Seta, a cura di Alessandro Rais, Maimone editore.
Per mare
di Raimondo Ferlito
Nel 1984 consegue la maturità d’arte applicata, nel 1988 si diploma presso l’Accademia di Belle Arti di Catania. E’ presente con una sua opera al Museum – osservatorio dell’arte contemporanea di Bagheria, al Centro Studi Ricerca e Documentazione Godranopoli, Godrano e in diverse collezioni private. E’ titolare della cattedra di Discipline Pittoriche presso l’Istituto d’Arte di Enna.
MOSTRE PERSONALI
1987
“Dipinti e Sculture”, di R. Ferlito e N. Platania,
a cura di Antonio e Tano Brancato, Centre Culturel Française de Catane.
1993
“Autobiografie”, di R. Ferlito e F. Fiorista,
gall. Novorganismo Artecontemporanea, Catania.
1995
“Bordo acqua – terra”,
a cura di V. Tomasello, gall. Novorganismo Artecontemporanea, Catania.
1998
“Natura Rerum”,
a cura di L. Brancato, expescheria, Scordia (CT).
1999
“Naufraghi felici”,
a cura di P. Nicita, con una testimonianza di F. Carbone, Di Stefano Arte, Enna.
2000
“Leggere la memoria”,
a cura di V. Tomasello, Libreria l’Almanacco, Aci Reale (CT);
Fondazione G. Mazzullo, Palazzo Duchi di S. Stefano, Taormina (ME).
2002
“Leggere la memoria”,
a cura di Vincenzo Tomasello, Centro Angelo Savelli, Lamezia Terme
durata 5'04''
Il viaggio degli immigrati immaginato da un occidentale. Voci di saluto arabo, una poesia di Moncef Ghacem, urla di richiamo si mescolano con note sporcate del Preludio n. 4 op. 28 di Chopin e del Preludio n.8 BWV 853 di Bach
Porta d'Europa
Lampedusa e i profughi
un documentario radiofonico di 57 minuti
diretto e prodotto da Roman Herzog (2005)
L'isola di Lampedusa è un mucchio di roccia calcarea di appena venti chilometri quadrati, più vicina all'Africa che all'Europa. In origine un paese di pescatori, è diventata con il tempo un luogo di vacanze.
Dagli anni '90, con le nuove politiche europee di restringimento e chiusura nei confronti dell'immigrazione legale, Lampedusa è diventata uno dei principali approdi dei cosiddetti clandestini.
Nei mesi estivi, quasi ogni giorno, si susseguono gli arrivi e gli sbarchi di donne, uomini e bambini partiti dalle coste della Libia o della Tunisia rischiando la loro vita nell'attraversare il mare.
Un business internazionale, quello del trasporto illegale delle persone, dal quale sono in molti a trarne profitto.
L'etiope Benti Debelar Dico e Mahmoud Mizibor, del Bangladesh, sono sbarcati clandestinamente a Lampedusa. Nel documentario raccontano le storie della loro fuga come profughi dai paesi di origine; il drammatico viaggio in mare verso la porta d'Europa; il disumano sovraffollamento del Cpt (Centro di permanenza temporanea) di Lampedusa - una sorta di "blackbox", dove nessuno può entrare, nemmeno il segretario generale dell'Onu Kofi Annan.
L'emergenza a Lampedusa si ripresenta puntuale ogni estate, nonostante l'enorme impiego dei mezzi di polizia e della marina militare. Un emergenza talmente prevista che fa nascere il sospetto, neanche tanto velato, come confermano alcuni intervistati, che tutto questo sia, oltre che tollerato, anche, per certi versi, voluto.
E gli abitanti di Lampedusa? Alcuni vorrebbero semplicemente impedire ai profughi di sbarcare, altri invece sperano in una diversa politica dell'accoglienza da parte della Unione europea.
Intanto, al largo di Lampedusa i pescatori dell'isola continuano a ritrovare le tracce di quelli che non sono riusciti a raggiungere la porta d'Europa e di cui nessuno conosce la tragica fine.
Porta d'Europa ha ricevuto la menzione speciale della giuria del Premio Anello Debole 2006, per essere "un reportage completo e ben costruito che fa emergere la complessità del fenomeno "clandestini" e soprattutto delle reazioni sociali verso di esso".
Con le voci di: Benti Debelar Dico, Mahmoud Mizibor, l'attrice Veronica D´Agostino, l'attivista della Lega Nord Angela Maraventano, il referente culturale di Lampedusa Enzo Cantafia, il sindaco Bruno Siragusa, l´ex sindaco Salvatore Martello, Jörg Golze e Detlef Linz, impiegati nell'aeroporto, insegnanti, turisti, il macellaio Filippo, il muratore Carmelo, i pescatori Pasquale, Reste e Salvatore, il pakistano Ali, Padre Lilo, il comandante della Guardia di Finanza Romeo Cavalin, il vicecomandante della capitaneria del porto Giuseppe La Biunda, il responsabile del CPT gestito dalla Misericordia Giuseppe Dimenica e il giurista Fulvio Vassallo.
Roman Herzog (* 1968) documentarista, autore, speaker, lavora come autore e documentarista indipendente in proprie
produzioni e per la radio pubblica tedesca (ARD) austriaca (ORF) e svizzera (DRS). Ha elaborato decine di Feature e documentari di lungometraggio, tra cui alcuni su Julio Cortázar, Witold Gombrowicz, Alain Robbe-Grillet, Michel Foucault, François Jullien, Giorgio Agamben, Franca Rame e Dario Fo. Dal 2003 vive in Sicilia e cerca di portare avanti una cultura di ascolto dentro e fuori le radio, motivo per il quale partecipa anche al forum di autori radiofonici radioparole e alla associazione Audiodoc. I suoi documentari sonori auto-prodotti. «Trinacria Nera» sul polo petrolchimico più grande di Europa in Sicilia e »Porta d´Europa» su Lampedusa e i profughi sono stati rappresentati dal 2005 in varie città italiane e tedesche e trasmessi da diverse radio comunitarie italiane.
Nell´anno 2006 gli è stato assegnato il «Premio della giuria» (menzione speciale) nel Concorso Italiano «Anello Debole» della Comunità di Capodarco (Ancona) per il documentario Porta d´Europa" ed è stato finalista nel Concorso del Premio Claudio Accardi 2006 con «Storie della fuga», ascoltabile momentaneamente al PAN di Napoli inserito nella mostra "PAN SCREENING opere e documenti 2005-2007".
roman.herzog@virgilio.it
Ingresso riservato ai tesserati.
Costo della tessera: 12€ (dà diritto a partecipare a 8 puntate della rassegna)
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