
di Livio Marchese
In una recente performance a «Ring!», il «Festival della Critica Cinematografica», Francesco Casetti spezzava una lancia in favore del cinema che sanguina e che fa sanguinare. Rifacendosi a Bazin, lenzuola immacolate alla mano, il teorico trentino constatava la superficialità con la quale si imprime oggi l’immagine cinematografica. L’effetto “sindone” è sempre più raro e il cinema che provoca un cortocircuito nella coscienza dello spettatore va considerato alla stregua di una specie in via di estinzione.
Rientra a pieno titolo nella categoria il corpus di opere (otto titoli in poco più di quindici anni) dell’austriaco d’adozione Michael Haneke. Non a caso si è fatto riferimento all’intervento di Casetti, considerando l’importanza che il tema dell’immagine ricopre nel cinema del regista di cui ci si occupa. La riflessione sulla violenza delle immagini all’interno della società dello Spettacolo, sapientemente intrecciata alla quella sul Cinema tout court e sulla confusione fra i piani della realtà e della sua rappresentazione, si sposano a inquietudini filosofiche di ascendenza pascaliana declinate in chiave novecentesca (fortissimo il debito nei confronti di Adorno e della Scuola di Francoforte), che si esplicano nell’ossessivo insistere sul tema della “scommessa” o del “gioco” come metafora dell’esistenza umana.
1. [:b]La scommessa o il valore dell'intrattenimento
A tale proposito pare opportuno cominciare questa indagine sulla carriera di Haneke partendo da Funny games (1997), il suo film più esemplare, il motore immobile dal quale si irradiano le linee di forza che innervano il resto della filmografia.
Bresson, innanzitutto. Non è un mistero che il regista di Un condannato a morte è fuggito sia il modello dichiarato di Haneke. Scelta già di per sé coraggiosa e in netta controtendenza rispetto alla produzione attuale, considerando lo scarso seguito che le teorie bressoniane sull’economia della forma e sulla densità dei contenuti registrano nel panorama cinematografico contemporaneo. Si tratta in ogni caso di un “bressonismo” molto personale, che dimostra di aver assimilato e digerito gli insegnamenti del maestro per rielaborarli e riproporli in una forma estremamente attuale. Ma torniamo a Funny games e raccontiamone in sintesi la vicenda.
Delle riprese aeree, probabilmente dall'alto di un elicottero, inquadrano un'automobile in corsa con piani sempre più ravvicinati, similmente a quanto accade nell'incipit dello Shining kubrickiano: una famigliola della ricca borghesia austriaca si accinge a trascorrere un tranquillo week-end (di paura, verrebbe da aggiungere…) nella casa di villeggiatura in riva al lago. Ma l'atmosfera idillica, alla quale contribuisce la musica che proviene dall'autoradio – Händel, Mascagni, Mozart –, viene improvvisamente spazzata via dall'irruzione dell'extradiegetico e devastante Torture garden dei Naked City, anticipando l’apparizione improvvisa dei due misteriosi individui che di lì a poco segregheranno e sevizieranno, fino alle più tragiche conseguenze, i componenti del nucleo familiare.
Quello che potrebbe sembrare il banale canovaccio per un thriller, nelle mani di Haneke diventa il pretesto per una riflessione complessa e articolata che, partendo da notazioni puramente sociologiche, gradualmente finisce per abbracciare l’etica dell’immagine e la metafisica fino a delineare una rappresentazione coerente del dramma essenziale dell’essere umano. Se, quindi, a un livello di lettura elementare è chiara la metafora di una classe sociale prigioniera di se stessa fino all’autodistruzione – i due aguzzini sono anch’essi dei giovanotti di buona famiglia –, quasi Funny games fosse L’angelo sterminatore degli anni ’90, addentrandosi ad un livello più sotterraneo si scopre come le ambizioni di Haneke siano in realtà più elevate. Ciò non esclude la legittimità di una lettura sia pur parziale come quella che privilegia l’aspetto sociologico della vicenda.
Il film entra in un buco nero durante il primo dei due interminabili piani-sequenza che marchiano a fuoco i momenti cruciali della pellicola: mentre Anna, la moglie, è in cucina, intenta a preparare il pranzo, improvvisamente si ritrova davanti Peter, venuto a chiederle in prestito delle uova per conto della vicina di casa. Significativo il fatto che poco prima Anna aveva notato che l’orologio appeso alla parete si era fermato. Con un lungo piano-sequenza, durante il quale Peter muovendosi maldestramente nella stretta cucina continua a rompere le uova che Anna con affettata cortesia si premura a porgergli, Haneke comunica allo spettatore la precarietà e la falsità delle convenzioni sociali. Ma allo stesso tempo riesce a trasmettergli un fastidioso senso di disagio che lo prepara al precipitare degli eventi che si verificherà di lì a poco, quando lui stesso sarà tirato in ballo da uno dei personaggi. In fin dei conti la macchina narrativa si mette in moto quasi come dimostrazione di un teorema (pasoliniano): prendiamo due personaggi della buona società, due estranei, caliamoli in una situazione che per una quisquilia diventa sempre più paradossale e registriamo cosa accade quando quell’equilibrio precario viene rotto. Accade che il velo di Maya dell’ipocrisia si squarcia e l’orrore mostra il suo vero volto.
Di coinvolgimento degli spettatori si parlava poc’anzi. Quando Paul entra in scena e provoca apertamente Anna e Georg1 fino a colpire violentemente quest’ultimo con una mazza da golf, egli propone alle sue vittime una scommessa («Scommettiamo che fra dodici ore sarete morti?») e, guardando in macchina, rivolge la stessa domanda agli spettatori, accusandoli di essere dalla parte delle vittime. Salvo poi anticipare che in realtà la scommessa è già persa in partenza, perché Anna, Georg e il figlioletto verranno comunque uccisi. Da allora in poi essi saranno in completa balia del sadismo dei due aguzzini, che si divertiranno a sottoporli alle crudeltà più efferate. Quando Peter, sempre affamato, fa cadere a terra le ultime uova rimaste, allora intuiamo che siamo arrivati al punto di non-ritorno. Difatti, di lì a poco, con cinismo inaudito, Haneke fa in modo che l’immagine del tuorlo spalmato sul pavimento venga richiamata alla mente per analogia da quella dello schermo televisivo sul quale scorre il sangue del bambino, fucilato (ma lo sparo, bressonianamente, resta fuori campo) dopo un tentativo di fuga. L’immagine agghiacciante del televisore2 inzaccherato di sangue, è una delle immagini più forti e allo stesso tempo più esplicite del cinema dell’austriaco. Quello che, come si vedrà, era stato il tema dominante di Benny’s video si inserisce abilmente anche nel textus narrativo di Funny games. E’ chiaro a questo punto che quando Paul si rivolge al pubblico chiamandolo in causa, Haneke sta combattendo una battaglia contro lo spettatore adoperando le sue stesse armi, ovvero quel cinismo sconvolgente che fa desiderare al pubblico televisivo la visione degli orrori più indescrivibili. Del resto, poco prima, alla domanda di Anna: «Perché non ci uccidete subito?», Paul aveva risposto: «Non dimentichi il valore dell’intrattenimento. Così nessuno si divertirebbe più».
È qui che Haneke rischia di più, ma allo stesso tempo è in situazioni del genere che mostra la sua grandezza, visto che pur combattendo il cinismo ad armi pari, il rigore stilistico e la disperata fiducia nel valore etico dell’immagine, in una società nella quale lo Spettacolo l’ha, di fatto, soppresso, fanno sì che scene simili nel suo cinema risultino sempre bressonianamente congelate e smorzate. Ogni eventuale compiacimento da parte dello spettatore viene così evitato. Siamo lontani anni luce dall’estetica pulp. Laddove Tarantino, Stone o chi per loro avrebbero utilizzato un montaggio vertiginoso, oppure avrebbero indugiato con autocompiacimento sugli effetti splatter, Haneke adotta un piano-sequenza di dieci minuti, per buona parte a macchina fissa, nel quale lo stesso movimento interno all’inquadratura è assente. Ciò scongiura ogni pruderie sado-voyeuristica da parte dello spettatore, spingendolo invece a interrogarsi e a riflettere su quanto accaduto.
Ma ad Haneke piace complicare le cose e non contento di avere gettato già tanta carne al fuoco fa compiere al film uno scarto ulteriore allorché Paul, volgendosi alla coppia di coniugi, esclama: «Il vento soffia dove vuole. Anche voi avete bisogno di una possibilità. È per questo che è divertente andare in barca a vela».
2. «Il vento soffia dove vuole»
Bresson, ancora lui. Perché queste che potrebbero sembrare parole sibilline risultano in realtà chiare a chi abbia una certa dimestichezza con il cinema del regista francese. «Il vento soffia dove vuole» avrebbe dovuto essere il titolo di Un condannato a morte è fuggito, poi retrocesso a sottotitolo. È tratto dal discorso di Cristo a Nicodemo – capitolo 3 del Vangelo secondo Giovanni – e allude, evidentemente, al vento dello Spirito, alla Grazia. A questo punto è chiaro che Haneke combatte una battaglia su più fronti. Oltre allo spettatore, ad essere chiamato in causa è anche Bresson, tant’è vero che Funny games, per certi versi, può essere considerato quasi come la perfetta antitesi di Un condannato a morte è fuggito. Entrambi i registi concepiscono l’esistenza umana come una prigione dove il libero arbitrio del singolo individuo si scontra con il Destino o con il Caso, ma mentre Bresson, all’epoca del film citato, credeva ancora che all’uomo fosse data una possibilità di salvezza sottoforma dell’intervento di una volontà superiore e imperscrutabile (la Grazia, la divina Provvidenza), Haneke non crede a nulla e fa sì che i suoi personaggi siano come dei burattini in balia di un’entità superiore bicefala (Peter e Paul), malvagia e indifferente alle suppliche delle proprie vittime. In una società come quella attuale, dove unico Dio è lo Spettacolo, la «scommessa» pascaliana si riduce a un telequiz, un gioco inutile, perfido e crudele come quello del gatto col topo (Paul chiede ad Anna di recitare una preghiera per farsi aiutare dal buon Dio e aggiunge che se la reciterà correttamente…potrà scegliere di che morte morire!). Ma il culmine della crudeltà Haneke lo raggiunge di lì a poco, quando Anna, approfittando di un momento di distrazione di Paul, si appropria del fucile e spara (sempre fuori campo) a Peter. A quel punto, inaspettatamente, Paul afferra il telecomando e riavvolge letteralmente il film che stiamo guardando, riportandolo indietro fino a un attimo prima della sua distrazione, in modo da impedire l'intervento di Anna ed eliminare definitivamente ogni speranza di salvezza dall’orizzonte dei coniugi così come degli spettatori.
La conclusione del film è il corollario del teorema enunciato all’inizio: Anna, legata ed imbavagliata, viene gettata nelle acque del lago dalla barca a vela (si ricordi cosa aveva detto l’aguzzino a tale proposito) e Peter e Paul sono pronti per ricominciare daccapo il “gioco” con una famiglia diversa, ma, immaginiamo, identica per sorte alla precedente. Ma c’è ancora il tempo per un dialogo straniante fra i due riguardo la falsità della realtà e la realtà della finzione: nella società dello Spettacolo ciò che conta è quello che appare sullo schermo.
3. «L'abilità contro il Caso».
Funny games condivide con buona parte del cinema di Haneke la sua natura “dimostrativa”. 71 frammenti di una cronologia del caso si apre con una didascalia in bianco su fondo nero che descrive un crudo dato di cronaca: «Il 23 dicembre 1993 uno studente di diciannove anni, Maximilian B., sparò a tre persone in una banca di Vienna e subito dopo si uccise con un colpo alla testa».
Haneke tesse il suo film come un'intricatissima tela di ragno. La struttura frammentaria del film – brevissime sequenze, inframezzate da alcuni secondi di schermo nero4 – riflette la necessaria (o casuale?) concatenazione di eventi che riunisce quel giorno in quel determinato luogo il carnefice e le sue vittime (ma i ruoli si confondono: per Haneke tutti gli uomini sono accomunati dalla medesima colpa). É un meccanismo spietato che imprigiona i personaggi in una trappola esistenziale dalla quale è impossibile fuggire. Esemplari, in tal senso, le due plongée che intervengono in apertura e in chiusura di pellicola: lo sguardo sugli eventi rappresentati coincide col punto di vista del Caso. La forma traduce il contenuto.5
In 71 frammenti Haneke mette in bocca ad un personaggio una dichiarazione di poetica cristallina: «Se scommetti che lui esiste vinci tutto. Se non esiste non perdi niente. L'altro dice perché dovrei scommettere? L'altro risponde: non hai scelta, sei in ballo e devi ballare. É un punto di vista, se non voglio non lo faccio. Non scommettendo neghi la sua esistenza. Non puoi negare che non votare sia comunque un atto politico». Il sistema hanekiano si fonda su tre piani: esistenziale, socio-politico e metafisico. Alla base stanno due fattori, indissolubilmente legati fra di loro, Individuo e Società. Sopra, a reggere i fili, sta il Caso o la Necessità. Ciò che interessa al regista austriaco è mostrare le strettissime relazioni che intercorrono fra questi piani. Ecco quindi i frequentissimi inserti di telegiornali, dove gli orrori della società che il Caso ordisce si fanno Spettacolo per famiglie. Ecco ancora inquadrature particolarmente elaborate, come quella relativa all'acquisto della pistola all'interno di un bar. Haneke sapientemente pone la cinepresa sul marciapiede che fiancheggia il locale e con una sola inquadratura riprende tre eventi in contemporanea: a fuoco, in primo piano, vediamo il passeggio davanti alla mdp; sulla vetrata del locale vediamo riflesso il passeggio alle spalle della mdp; attraverso il vetro del locale intravediamo invece la vendita dell'arma.
In una società globalizzata come quella attuale, anche il minimo evento può avere ripercussioni impensabili e la lotta dell'uomo per la sopravvivenza è un gioco di abilità contro il Caso. Proprio come lo shanghai, pregnante immagine-metafora che dimostra la straordinaria capacità del regista di rendere cinematograficamente i concetti e che possiamo interpretare citando le parole di un personaggio de Il coltello nell'acqua – il primo lungometraggio di Polanski –, film che Haneke cita esplicitamente e che dimostra di amare parecchio, tanta è la frequenza con la quale torna nelle sue pellicole6: «Lo shanghai non è un insieme di bastoncini di legno, ma un vero organismo vivente».
4. «...solo ketchup e plastica!»
Quando Haneke giunge a queste conclusioni è già forte dell’esperienza di Benny’s video (1992).
Benny’s video si apre con un prologo che precede i titoli di testa ed è già una dichiarazione d’intenti, inaugurando in tal modo una tendenza che nei film successivi diventerà stile. Altra caratteristica del prologo, poi ripresa in altri film del regista – Niente da nascondere – è quella di confondere lo spettatore facendogli credere che ciò a cui sta assistendo sia già l'istanza narrativa primaria, mentre in realtà si tratta di un film nel film. Le prime immagini sono difatti quelle di un video girato dal protagonista, Benny, che riprende il padre insieme a dei contadini mentre uccidono un maiale con una pistola tubiforme. È una scena molto forte, al limite dell’insostenibilità, ed è, come si è già detto, una dichiarazione di intenti: il tema chiave di Benny’s video è proprio quello dello stupro mentale che operano le immagini nella società dello Spettacolo.
Benny è un adolescente di buona famiglia. Svolge una vita apparentemente normale, simile a quella di molti suoi coetanei. In realtà i contatti che Benny riesce a stabilire col mondo esterno sono sempre filtrati da un videoschermo. I genitori gli hanno regalato un’apparecchiatura che consente di riprendere quello che accade fuori dalla finestra della sua stanza e, quando non è impegnato in questa attività voyeuristica, Benny trascorre buona parte del suo tempo davanti al televisore a fissare con sguardo inespressivo gli horror più cruenti. Quando invita nella sua stanza una ragazzina conosciuta in un videonoleggio, non esita a mostrarle il video del maiale e la pistola tubiforme che ha sottratto ai contadini. Da lì all’omicidio il passo è breve. Si tratta ancora una volta di una di quelle scene cruciali che gettano luce su tutto il cinema di Haneke. La mdp, immobile, riprende una porzione della stanza di Benny nella quale non accade nulla di rilevante. Ma non solo. Essa inquadra anche lo schermo della telecamera che invece è orientata sul delitto. Mi pare che la costruzione di questa inquadratura sia estremanente interessante. Soffermiamo adesso l’attenzione sulla scena del delitto. Benny uccide la ragazzina, ma è un caso (e sottolineo la parola Caso) che le cose siano andate così, perché avrebbe potuto essere il contrario, dal momento che la vittima sembra talmente assuefatta ad ogni forma di violenza dalle immagini che le impone la società dello spettacolo che avrebbe potuto essere lei stessa a premere il grilletto. Quando Benny le mostra il video del maiale, ciò che colpisce la ragazzina non è l’atrocità della scena o le urla strazianti dell'animale, ma il fatto che nevica… Poi, alla vista della pistola, il suo commento è: «Fico!». Benny non è da meno quando, commentando il video, replica: «Era solo un maiale. In tv ho visto i trucchi che usano per gli effetti speciali. È solo ketchup e plastica!».
In Benny’s video c’è un’altra immagine forte ed esplicita al pari dello schermo televisivo insanguinato di Funny games. Dopo aver trascinato il corpo inerte della ragazzina per la stanza, Benny asciuga il sangue sul pavimento con un lenzuolo. Quando lo riappende al suo posto, dopo averlo lavato, esso non reca più alcuna traccia: è come uno schermo televisivo sul quale scorrono gli orrori più inenarrabili senza lasciare impronta. Si ricordino a questo proposito le parole di Casetti citate in apertura. Le immagini nella società dello Spettacolo scorrono senza lasciare traccia. Ma solo apparentemente, perché l’eredità che esse lasciano è ben più grave e si risolve in una vera e propria violenza esercitata sulla coscienza di chi le guarda. Haneke racconta la morte dell’etica dell’immagine e non a caso, più volte, nel corso della pellicola, lo sguardo di Benny si sofferma sull’accozzaglia di quadri appesi l’uno accanto all’altro, senza alcun criterio, sulla parete del soggiorno.
Benny’s video è, quindi, un film sull’Orrore. L’orrore della televisione e della società dello Spettacolo (Haneke insiste, e lo farà anche in altri film, nel mostrarci telegiornali con cronache di guerra, di attentati o di guerriglia urbana), ma anche l’orrore del denaro, tant’è vero che i primi dieci minuti della pellicola sono quasi esclusivamente incentrati sul flusso del denaro da una tasca all’altra (siamo ancora una volta dalle parti di Bresson, L’argent e Pickpocket per l’esattezza) e per finire l’orrore del microcosmo familiare, ovvero l’orrore che si cela dietro la rispettabilità borghese. Perché ciò che nel film più sconvolge è la reazione dei genitori di Benny al video dell’omicidio. Se il padre era stato capace di rimproverarlo aspramente per un semplice taglio di capelli, in questo caso la sua unica preoccupazione è quella di trovare un modo per sbarazzarsi del corpo… Deciso: mentre la moglie e Benny andranno in vacanza per una settimana in Egitto, lui resterà a casa, affetterà in minuscoli pezzettini il cadavere e lo farà passare dallo scarico del bagno…Credo non ci sia bisogno di commenti. Se non che, ovviamente, tutto questo Haneke non lo mostra. Riprende invece la settimana egiziana di Benny e della madre. E ancora una volta mi pare che il regista abbia compiuto una scelta importante. Durante il viaggio, e la sequenza dura circa una ventina di minuti, non accade nulla di significativo, perché ancora una volta è il fuori campo a calamitare l’attenzione dello spettatore (la casa, dove il padre si suppone sia impegnato nella sua macabra operazione).
Il film si conclude con l’arresto dei genitori, denunciati da Benny che mostra alla polizia come prova un video nel quale aveva ripreso segretamente la conversazione (ancora una volta fuori campo) sull'occultamento del cadavere. Ma non sappiamo se la decisione di Benny derivi da un suo reale pentimento o se sia uno dei tanti atti dovuti a quell’atteggiamento di indifferenza e di cinismo che il ragazzino è solito mostrare nei confronti del resto del mondo.
L’ultima immagine della pellicola, sulla quale scorrono i titoli di coda, mostra uno schermo vuoto e per ambiguità sembra anticipare il finale di Niente da nascondere. Cosa può rappresentare uno schermo vuoto? L’angoscia dell’esistenza? (Si ricordi la scena in cui Benny rovistando nei cassetti di casa trova delle scatole cinesi e resta perplesso quando apre l’ultima di esse e la trova vuota). Oppure un ravvedimento di Benny, dal momento che per la prima volta nel corso della pellicola su di un videoschermo non corre l’orrore? Sospendiamo il giudizio, perché così, probabilmente, vuole lo stesso regista e concentriamo l’analisi sull’ultimo lavoro, che si lega a Benny’s video per affinità di tematiche.
5. «Vous êtes embarqués».
«Anche voi siete incastrati». Il motto pascaliano che lo stesso Haneke suggeriva come fondamento teorico della propria «trilogia del congelamento» (Il settimo continente, Benny’s video, 71 frammenti di una cronologia del caso) sembra adattarsi alla perfezione anche al lavoro più recente. Oggi come allora – il quinquennio ’89-’94 – Haneke si conferma come uno dei pochi registi capaci di far sanguinare, portando avanti un progetto di cinema dell’ambiguità volto a porre domande allo spettatore che da una parte lo coinvolgono in prima persona, dall’altra ne rispettano la capacità raziocinante e lo spingono a riflettere e a fornire una propria interpretazione dei fatti ai quali assiste sullo schermo.
Coinvolgimento e ambiguità. Ecco le coordinate all’interno delle quali si muove Niente da nascondere. Già la partenza è spiazzante. Un lungo piano-sequenza a macchina fissa mostra l’esterno di un’abitazione alto-borghese in un tranquillo quartiere residenziale parigino. Dopo alcuni minuti si cambia inquadratura: un uomo esce per strada e si guarda attorno come se stesse cercando qualcosa. La voce di una donna lo invita a rientrare. Si torna all’inquadratura iniziale. Anche stavolta essa dura parecchi minuti. A un certo punto la pellicola avanza vertiginosamente, come se qualcuno avesse premuto il tasto fast-forward su di un telecomando. E' proprio così: ciò a cui abbiamo assistito è la proiezione di una videocassetta. Un film nel film.
Non è la prima volta che Haneke utilizza un espediente del genere. In Benny’s video il giovane protagonista riavvolgeva il video dell’uccisione del maiale. Il suddetto filmato veniva poi mandato in play al rallentatore in modo da amplificare la sensazione di orrore nello spettatore, che veniva sottoposto alle urla di dolore del povero animale, rese ancor più strazianti dalla deformazione del suono operata dall’effetto ralenti. In Funny games invece a schiacciare la funzione replay sul telecomando era uno dei due seviziatori, che reagiva all’inaspettato omicidio del compare riportando letteralmente indietro il film, in modo da poter anticipare la mossa della sua vittima, scacciando così ogni speranza per i componenti della famigliola così come per lo spettatore. Questa volta un simile procedimento serve a dare uno strattone a chi assiste, mettendone in crisi le certezze riguardo al film che sta vedendo e creando quell’atmosfera di ambiguità che dominerà per il resto della pellicola. Ancora una volta Haneke gioca a confondere le carte e quello che potrebbe sembrare a prima vista un thriller psicologico, si rivela l’ennesimo tassello di una filmografia davvero impeccabile per rigore formale e coerenza tematica. Forse anzi l'episodio più teorico, la chiave di lettura di tutto il cinema hanekiano. Perché nel caso di Niente da nascondere si può parlare a ragione di metalinguaggio.
Il video cui si è sopra accennato è solo il primo di una lunga serie di videocassette recapitate anonimamente alla famiglia di un noto conduttore televisivo di programmi culturali. Le videocassette, sempre accompagnate da uno strano disegno che rappresenta, con tratto infantile, una figura umana sporca di sangue, mostrano scorci della vita quotidiana del protagonista. Le prime di esse, in realtà, sono semplici riprese esterne della sua abitazione in diversi momenti della giornata, ma poi, gradualmente, si intuisce che il misterioso operatore conosce molto bene il passato della sua vittima.
Come in Funny games, quello che avrebbe potuto essere un punto di partenza più o meno intrigante per un film di genere viene deviato da Haneke verso un ulteriore approfondimento della sua poetica. Già a metà pellicola si capisce che ciò che conta non è scoprire il colpevole. Oggetto del film è invece proprio la questione etica della responsabilità. Non dimentichiamo del resto che da sempre Haneke ha individuato in Bresson e in Pascal i suoi numi tutelari. E la presenza di Bresson la ritroviamo nel consueto rigore della messinscena, nell’assenza di musica extradiegetica e nella forte valenza simbolica assegnata alla contrapposizione fra luci e ombre. D’altra parte non poteva essere altrimenti in un film che in originale si intitola Caché, ovvero “nascosto”, “rimosso”.
Proprio il ritorno del rimosso è il pretesto di cui si serve Haneke per affrontare il tema della responsabilità e, per estensione, della colpa. Georges, il protagonista, è figlio di proprietari terrieri che negli anni ’60 stipendiavano una famiglia di braccianti algerini. Quando i suoi avevano deciso di adottare il piccolo Majid, rimasto solo per la morte dei genitori uccisi dalla polizia durante le manifestazioni del Fronte di Liberazione, Georges aveva “fatto la spia”, ovvero aveva fatto in modo che Majid venisse cacciato e rinchiuso in un orfanotrofio. Qual è la colpa di Georges, quindi? Quella di aver dimenticato la piccola bugia detta da bambino con la quale aveva privato Majid della possibilità di ricevere un’educazione e un’istruzione borghese? Oppure quella, ben più grave, di non rendersi conto, da adulto, dell’innocenza del suo vecchio compagno di giochi continuando a perseguitarlo fino a spingerlo a suicidarsi squarciandosi la gola con un coltellaccio?
In realtà come sempre in Haneke il discorso è molto più ampio e articolato e arriva a coinvolgere l’intero sistema socio-politico mondiale. Proprio come nella «trilogia del congelamento», della quale questo Niente da nascondere può essere considerato un’appendice o quantomeno un aggiornamento al nuovo millennio, Haneke inserisce molto abilmente nel textus narrativo del film i consueti spezzoni di telegiornali con reportage di guerra e disordini sociali che è solito utilizzare come emblema della società dello Spettacolo, ovvero di una società nella quale, debordianamente, «la merce contempla se stessa e il mondo da essa creato»7. Il topos hanekiano della famiglia borghese seduta di fronte al televisore, altre volte – Il settimo continente – utilizzato come metafora dell’alienazione e dell’ottundimento provocato dalla società dei consumi, in Niente da nascondere ha la precisa funzione di mettere il protagonista di fronte allo spettacolo della propria cattiva coscienza. Georges assiste anche a un servizio del Tg3 in cui si parla del coinvolgimento italiano nei fatti di Nassirya, ma è chiaro che Haneke lo sta mettendo di fronte alla proprie responsabilità. Non a caso Haneke fa del protagonista un intellettuale, o meglio, un divulgatore culturale. Significativa in tal senso la sequenza in cui vediamo Georges impegnato assieme ad un collaboratore al montaggio della trasmissione di cui è “responsabile”.
6. Ecologia dell'immagine e responsabilità individuale
Il discorso sulla responsabilità individuale diventa quindi discorso sui media e su quanto sia nocivo il ruolo della televisione nell'etica della comunicazione. A tale proposito viene in mente una sequenza tratta da Storie, nella quale il regista mette a confronto due opinioni diverse riguardo all'utilità o meno dei reportage di guerra e, in senso più esteso, della rappresentazione della violenza da parte dei media. Riportiamo parte del dialogo fra Georges, il fotoreporter e Francine, la sua antagonista:
«Tu credi che sia davvero necessario fotografare villaggi devastati e cadaveri in decomposizione per farmi capire realmente cos'è la guerra? E i bambini che muoiono di fame per farmi capire che cosa vuol dire la carestia? E' presunzione.»
«Non scaldarti tanto, tu questo non lo puoi capire. Per te è una cosa diversa, Francine. Per te tutto questo è teoria. Per me è vissuto.»
«Sì, ma questo non lo puoi esprimere attraverso le tue fotografie.»
«Hai ragione.»
«E allora perché lo fai?».
In altri termini, qual è il «valore dell'informazione trasmessa», tenendo in considerazione il potenziale di manipolazione di cui è responsabile un cattivo uso del mezzo audiovisivo? La domanda rimane senza risposta, ma è chiaro che Haneke si schiera dalla parte dell'”ecologia dell'immagine”.
Tornando a Niente da nascondere, l'austriaco realizza quindi un doppio movimento: dal particolare (la birbonata infantile rimossa da Georges) all’universale (l’ipocrisia, il falso paternalismo, la sporca coscienza dell’Occidente civilizzato) e da quest’ultimo di nuovo al particolare, allorché in conclusione il regista riserva l’interpretazione dei fatti allo spettatore, chiudendo il film con un’inquadratura enigmatica. Un nuovo lungo piano-sequenza a macchina fissa mostra la scuola di Pierrot, il figlio di Georges. Ci si aspetta che si tratti dell’ennesima videocassetta che riprende in segreto la vita di Georges. Ma ciò che stupisce è che ai margini dello schermo, in disparte, assistiamo ad un incontro fra Pierrot e il figlio di Majid, che Georges si ostina a ritenere l’autore delle videocassette. Ancora una volta quindi Haneke chiude un film con un’inquadratura sospesa, la cui interpretazione è lasciata allo spettatore. Benny’s video terminava con l’immagine criptica di uno schermo vuoto. Se paragonata allo strettissimo rapporto che Haneke stabiliva nel resto della pellicola fra i videoschermi e l’Orrore, inteso come modalità di rappresentazione della società a se stessa, essa assumeva valenza positiva – il ravvedimento di Benny dopo l’omicidio della compagnetta. Ma uno schermo vuoto avrebbe potuto essere anche una metafora decisamente cinica ma pregnante dell’alienazione di Benny. La denuncia dei genitori diventava quindi solo uno dei tanti atti compiuti da Benny con l’indifferenza di un automa, né più né meno dell’uccisione della ragazza. Anche Il tempo dei lupi vantava un finale aperto. Dopo l'immolazione del bambino, la salvezza, sottoforma di una lunga inquadratura dal treno in corsa, arrivava. Ma essa riguardava solo il paesaggio naturale. Gli uomini non erano contemplati. Più o meno la stessa cosa in Niente da nascondere. L’incontro apparentemente amichevole fra i due rappresentanti della nuova generazione lascerebbe ben sperare. Ma basta capovolgere il punto di vista per ritrovarsi in una prospettiva ultrapessimista, dove le colpe dei padri ricadono inequivocabilmente sui figli. Resta, unico dato certo, l’immenso compito lasciato in eredità allo spettatore, quello di valutare secondo la propria coscienza ciò a cui ha assistito. E non è poco in un mondo in cui il senso della responsabilità individuale sembra definitivamente scomparso.
7. Luci e ombre. Crepuscolo
Un’ultima notazione relativa a Niente da nascondere. Particolarmente interessante è la direzione della fotografia. La contrapposizione fra luce e buio struttura l’intera pellicola. Non si tratta del resto di una novità per Haneke, che è solito riprendere gli interni con una luce claustrofobica, una luce fortemente simbolica che ben sintetizza la condizione esistenziale dei suoi personaggi. Analizziamo il caso de La pianista. Isabelle Huppert interpreta un’insegnante del conservatorio che vive “in prigione”. Una prigione innanzitutto psicologica ma, in fin dei conti, anche fisica. Perché non si riuscirebbe a definire in altro modo l’abitazione che ella condivide con la madre in un rapporto morboso che oscilla fra l’amore quasi incestuoso e l’odio più feroce. Al di là dell’illuminazione fioca, giallognola-marroncina, castrante (e non a caso si è scelta questa parola), è da rilevare come Haneke costringa spesso lo spazio piazzando la mdp fuori dalla camera nella quale si svolge l’azione che, di conseguenza, risulta ripresa attraverso la strettoia della porta, con l'effetto di comunicare allo spettatore una sensazione di soffocamento. D'altra parte l'oscurità della casa di Erika si contrappone nettamente al biancore abbacinante delle aule del Conservatorio, circondate da ampi finestroni. Tutto ciò è perfettamente funzionale al decorso psicopatologico di Erika. La pianista è innanzitutto il racconto del crepuscolo di un’esistenza. La rappresentazione fenomenologica, la descrizione minuziosa che può offrire un manuale di medicina, di un tracollo inevitabile già in partenza. Come altri lavori hanekiani, anche La pianista è un film talmente rigoroso da sembrare la dimostrazione di un teorema. Che, in questo caso, potremmo riassumere così: prendiamo una donna che ha fatto di tutto per reprimere, annullare e ricacciare nel profondo la componente istintiva della propria personalità e vediamo cosa accade quando le pulsioni per forza di cose rompono gli argini. Erika aveva creduto di poter vivere nutrendo solo la mente («Io non ho sentimenti…e se un giorno ne avrò, essi non trionferanno sulla mia intelligenza!»), ma non aveva considerato che le pulsioni represse in un modo o nell'altro tornano sempre a galla. E più l'atto di repressione è cosciente e drastico, più gli effetti sono devastanti. Se il tema di Niente da nascondere è, come si è visto, quello del “rimosso”, La pianista ha per oggetto il “represso”.
Ma anche in questo caso è chiaro che ad Haneke non interessa affatto l'aspetto strettamente psicologico della vicenda. Ci troviamo invece, ancora una volta, in una prospettiva che potremmo definire “post-francofortese”. Adorno, in particolar modo, è citato esplicitamente da Erika: «Ha letto quello che dice Adorno in rapporto alla Fantasia in Do maggiore di Schumann? Parla del suo crepuscolo. Non dello Schumann che tutta la filosofia ha disertato, ma lo Schumann di prima. Un attimo prima! Sa bene che sta per perdere la testa, ne soffre profondamente ma tenta il tutto per tutto. E' il momento in cui sappiamo ancora cosa significa la perdita di se stessi, prima di lasciarsi andare completamente». Questo attimo fuggente, questa soglia inafferrabile fra lo splendore della bellezza, della perfezione e dell'armonia da una parte e il buio, la dissonanza, la frammentarietà, la perversione del mondo attuale dall'altra, è proprio quello che Haneke vuole raccontare con La pianista. Erika incarna quindi quelle «contraddizioni non conciliate» che secondo Adorno caratterizzano la società in cui viviamo. Schumann e Schubert, i suoi pianisti preferiti, rappresentano gli ultimi, ormai fiochi barlumi di un'epoca e di un'estetica che sono ormai al tramonto. Come la «dialettica negativa» adorniana, il cinema di Haneke mette a nudo le crepe e la disarmonia, le luci e le ombre, smascherando l'impossibile conciliazione tra ragione e realtà. In una parola, il Crepuscolo dello Spirito.
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di Livio Marchese
Agnès Varda ha sempre occupato un posto appartato nella storia del cinema francofono. I suoi esordi – il lungometraggio a basso costo La pointe courte (1954), seguito a ruota da una lunga serie di cortometraggi-documentari – segnano già una netta rottura nei confronti del cinema che allora andava per la maggiore, quel “cinéma de papa” contro cui negli stessi anni tuonavano i futuri colleghi dei «Cahiers». Apparentabile a quel nugolo di proposte eccentriche rispetto alla tradizione della “qualità francese”, il cinema della Varda già all'epoca si caratterizzava per la naturale propensione a destreggiarsi su due binari, il documentario e la fiction, che tuttavia non correranno mai paralleli, rivelando invece proficue interrelazioni.
Fra i primi a smuovere le acque, la Varda è stata anche l'ultima a fornire il proprio contributo alla Nouvelle Vague. Cléo de 5 à 7 esce nel '62, quando Godard, Truffaut, Rivette, Chabrol, Rohmer sono già nel pieno della loro carriera. Vista retrospettivamente, resta ancora oggi un'opera memorabile, fra le migliori della sua filmografia, un raffinato saggio di scrittura cinematografica, dove certi preziosismi, pur manifesti, non impediscono uno sguardo lucido sulla realtà francese di quegli anni e una riflessione sui temi della vita, della morte, delle apparenze, del ruolo della donna e dell'identità personale in rapporto al mondo esterno. E' un film che confonde bene le carte per quanto riguarda la nozione di realismo. Pur essendo molto ricercato sul piano linguistico e strutturato in maniera ferrea, l'impressione che lo spettatore ne ricava, complice la resa quasi documentaria delle immagini, è di grande immediatezza, una ventata d'aria fresca.
Per diversi anni, pur proseguendo infaticabile a sfornare film di durata, formato, genere e valore diseguali, Agnès Varda è stata ricordata come la regista di Cléo de 5 à 7. Figurarsi che la prima monografia a lei dedicata – peraltro una miscellanea - è uscita in Italia, nel 1990, a oltre trentacinque anni dal debutto. Le ragioni di una simile disattenzione da parte della critica sono probabilmente imputabili alla natura ibrida e sfuggente del suo cinema. Sfuggente anche per motivi oggettivi, per esigenze di mercato, dato che per buona parte si tratta di corti o mediometraggi al confine fra documentario e finzione, quindi difficilmente riconoscibili dal sistema di produzione-distribuzione-consumazione. Ma è anche vero che i film che hanno ottenuto maggiore visibilità, generalmente quelli più sbilanciati sul versante della fiction, spesso non rendono ragione al talento della Varda, perché si tratta delle opere più confezionate, da parte di una regista che del resto non si è mai dichiarata a favore del cinema d'élite. I giochi si complicano se consideriamo che la visione dei lavori “maggiori” andrebbe integrata con quella dei “minori”, spesso ben più interessanti, e che rappresentano il momento della ricerca, della sperimentazione e della maturazione del progetto.
Fatta questa premessa, apparirà evidente come la conoscenza dell'opera della Varda sia stata, per i più, episodica e frammentaria. Prospettiva errata dalla quale osservare quello che a conti fatti appare come un grande laboratorio di scrittura per suoni e immagini, dipanatosi nell'arco di oltre mezzo secolo e al suo interno fitto di citazioni, riferimenti e ripensamenti, dove documentario, fiction, saggio e autobiografia si vanno a sovrapporre fino a confondersi.
Oggi che la questione del documentario, inteso come possibile strada da battere per divincolarsi dalle pastoie del cinema irreggimentato e irreggimentante, è all'ordine del giorno, l'opera della Varda e la sua teoria della cinécriture appaiono quanto mai attuali. Con questa definizione, la Varda intende un tipo di scrittura eminenentemente cinematografica, che rifiuta le incrostazioni letterarie e il teatro filmato. Un procedimento che coinvolge tutte le fasi che precedono la realizzazione del film: cinécriture, secondo la regista, «significa che il film si scrive dal momento in cui si trovano i posti, le persone, le idee giuste, fino a montaggio finito. Lo stile del film non dipende dalla sceneggiatura. La cinécriture è un commento e una sceneggiatura che si scrivono senza interruzione per tutta la durata delle riprese. [...] Il gioco consiste nell'inventare una forma che è già il film». Questa tensione esasperata verso la riflessione metalinguistica porta la regista a esibire manifestamente, all'interno dei suoi lavori, i materiali di cui essi si nutrono, in una forma molto personalizzata di straniamento. La teoria della “cinescrittura” finisce inevitabilmente per condurre alla messa in crisi dei concetti tradizionali di documentario e finzione.
Emblematico di questo percorso è Sans toit ni loi, il film con cui la Varda, grazie al Leone d'Oro ottenuto a Venezia nell'85, è tornata all'attenzione della critica. Opera difficilmente classificabile, Sans toit ni loi si presenta come una falsa inchiesta sulla morte misteriosa di una giovane vagabonda, senzatetto per scelta di vita anarchica e antisociale. Se il soggetto è puramente artificiale, il procedimento adottato dalla Varda è quello di una sceneggiatura in fieri, scritta giorno per giorno, in base ai paesaggi e ai personaggi di volta in volta “trovati”, che, con la loro fisicità e con il loro bagaglio di esperienze, confluiscono nella finzione, iniettandole robuste dosi di realtà.
Si tratta di una tipologia di scrittura indubbiamente moderna e, su questa strada, apparirà comprensibile quanto la rivoluzione digitale di fine millennio possa aver influito sul cinema di una regista costantemente in movimento come la Varda. Les glaneurs et la glaneuse (2000), purtroppo poco noto dalle nostri parti, è, a mio parere, uno dei film francofoni più importanti degli ultimi dieci anni. Ad esso ha fatto seguito nel 2002 Les glaneurs et la glaneuse...deux ans après, a dimostrazione di come per la Varda un film non costituisca mai un prodotto finito e perfetto, nel senso classico del termine, ma sia invece un serbatoio di immagini passibili di ulteriore interrogazione.
Di durata, ancora una volta, poco confacenti ai canoni della distribuzione – il primo dura meno di ottanta minuti, il secondo poco più di un'ora – questo dittico, già dal titolo, svela la passione che la regista nutre per i calembours, per i giochi di parole paradossali, che fra le maglie della cinécriture diventano spericolate associazioni di immagini. Nel 1975 aveva intitolato Daguerreotypes, con un significativo riferimento agli antenati delle fotografie, un documentario-saggio antropologico, palpitante di umana partecipazione, dedicato alle piccole vicende quotidiane e agli abitanti-personaggi della Rue Daguerre, a Parigi. Anni dopo, con Documenteur (letteralmente “Documentitore”), a sua volta controcampo del film precedente, Mur murs, la Varda aveva coniato un neologismo che inquadra al meglio la sua poetica del mentir vrai, “mentire vero”. La Varda si autodefinisce come cineasta che non documenta ma “docu-mente”, intendendo, con questa espressione, la sua capacità, che dovrebbe essere propria di ogni documentarista, di guardare la realtà da un punto di vista partecipe e al tempo stesso straniato, aderente a ciò che rappresenta, ma anche alieno, in modo da poterne rilevare gli aspetti più segreti e nascosti.
Torniamo a Les glaneurs et la glaneuse. Il titolo, si diceva. Gli spigolatori e la spigolatrice. La spigolatura è uno dei mestieri più antichi del mondo. Letteralmente, “spigolare” vuol dire “raccogliere le spighe rimaste sul terreno dopo la mietitura”. I vecchi codici ne parlano come di una attività ritenuta lecita da parte di una società che si poneva la questione di porre argini alla miseria. I pittori realisti del secondo ottocento hanno spesso ritratto le donne nell'atto di spigolare e la Varda non manca di mostrarci il quadro più celebre, Le spigolatrici di Millet, mentre sta per essere fotografato dai soliti turisti, al Museo d'Orsay. Probabilmente è stata proprio la fascinazione per il quadro di Millet a spingere la regista a indagare sul fenomeno della spigolatura e sulle forme che essa ha assunto oggi, dopo che le macchine e l'industrializzazione hanno soppiantato il lavoro dell'uomo anche nei campi.
La spigolatura si presenta oggi come un'attività mal tollerata e dalle mille sfaccettature. Spigolatori sono anzitutto coloro i quali si recano nei campi dopo la raccolta delle patate o di altri prodotti della terra e colgono tutti quegli esemplari che i produttori scartano perché li reputano invendibili. Sembra assurdo, ma è così. Le patate troppo grandi, troppo piccole, o di forme fuori dal comune, sono rifiutate dal mercato. Tutto ciò che supera le misure standard viene messo da parte e gettato via. Nell'economia globale, la paura del diverso, del non-conforme alle regole, o più cinicamente le ragioni del profitto, investono anche il campo dell'alimentazione base, l'etica elementare. Viene in mente un vecchio radiodramma di Alberto Grifi, Cosa succede agli animali che non hanno le misure giuste? Ma se c'è chi getta via, c'è anche chi raccoglie e la Varda incontra diverse persone, uomini e donne, quando non intere famiglie, che vivono della spigolatura. Condotta ciascuno a suo modo. C'è chi, tradizionalmente, si presenta nelle aree coltivate a raccolto ultimato e si accaparra ciò che non ha superato la soglia di commerciabilità, chi si aggira razzolando per i mercati ortofrutticoli dopo la chiusura, chi rovista nei cassonetti dell'immondizia che, talvolta, celano tesori. Spesso si tratta di scelte dovute a condizioni di estrema indigenza, ma in altri casi la spigolatura è motivata da ragioni di ordine etico. Colpiscono in particolar modo due testimonianze. La prima riguarda un uomo che, pur essendo provvisto di un lavoro regolare, dice di aver vissuto esclusivamente di spigolatura per oltre dieci anni. Egli rovista quotidianamente in mezzo ai rifiuti, provvisto di stivali solidi, adatti ai terreni più accidentati, e seleziona accuratamente tutto ciò che la buona società considera spazzatura. Indignato, alla stupidità e allo spreco della società “super-consumistica”, egli oppone, nel rispetto della natura, l'etica del riciclaggio. L'altro è il caso di un biologo vegetariano che si nutre esclusivamente della frutta e degli ortaggi che giacciono a terra, invenduti, al mercato. Pur possedendo una laurea, l’uomo preferisce vivere vendendo i giornali davanti alla stazione della metropolitana, mentre la sera tiene gratuitamente corsi di alfabetizzazione ai condomini senegalesi.
Les glaneurs et la glaneuse può essere letto come saggio sociologico lucido e penetrante. Un potente atto d’accusa alla società dei consumi e all’economia globale e un appello accorato alla solidarietà come antidoto alla modernità nelle sue contraddizioni irrisolte, massificazione e al tempo stesso disgregazione del tessuto sociale. Esplorando la provincia francese, la Varda si imbatte in realtà marginali, di ordinaria miseria, ma di grande dignità etica e forza interiore. Scopre anche che la spigolatura può avere fini diversi da quelli nutrizionali e visto da quest'altra angolazione il film rivela la sua natura metalinguistica, finendo per configurarsi come una vera e propria teoria del filmaking nell'era del digitale.
Oltre ai procacciatori di cibo, la Varda presenta infatti le testimonianze di alcuni artisti “poveri” che creano le loro opere a partire dai rifiuti. Essi vagano notte e giorno fra cassonetti, discariche e aree adibite allo smaltimento, ovvero al deposito di quegli oggetti che la società dei consumi impone di abbandonare, perché non più funzionanti o semplicemente perché vecchi e superati. Televisori, divani, recipienti, cornici, sedie, elettrodomestici, letti, cuscini, materassi, perfino pacchetti di sigarette, qualsiasi oggetto, o qualsiasi sua componente, può rivelarsi fonte di ispirazione e, opportunamente assemblato, può comporre un'opera d'arte. Riportiamo una testimonianza: «Di buono in questi oggetti c'è che hanno un passato, hanno avuto una loro vita e sono ancora molto vivi. Tutto ciò che devi fare è solo dar loro una seconda chance. Tutto ciò che devi fare è guardarti attorno, scegliere dei luoghi. Sono come regali lasciati per le strade, come se fosse Natale. Mi è sempre piaciuto il mondo dei rifiuti e del recupero, tutto ciò che in qualche modo è stato scartato dalla società...». Louis Pons, pittore e filosofo, afferma invece: «Tutti questi oggetti qui intorno sono il mio dizionario. Cose inutili...la gente pensa che sia una miniera di spazzatura...Io la vedo come una miniera di possibilità. Ogni oggetto segna una direzione, ognuno una linea, raccolta qui e là, spigolata davvero, che diventa la mia pittura. Le variazioni possibili sono infinite. Sono scene e fotogrammi marginali».
E' esattamente il procedimento adottato dalla Varda, che realizza sul piano del filmaking quanto messo in pratica dagli intervistati in altri ambiti artistici. La Varda compie il passo che separa il mondo degli oggetti-trovati da quello delle immagini-trovate e realizza il suo film con due mezzi di ripresa. Se la DVCAM, in mano a un operatore, garantisce le riprese più istituzionali, la MiniDV, manovrata dalla stessa regista, coglie, con la freschezza di un'istantanea, ciò che l'ispirazione del momento, l’urgenza espressiva o il caso suggeriscono.
Con Les glaneurs et la glaneuse la Varda interviene sulla questione della produzione di immagini al giorno d'oggi e radicalizza la teoria della “cinescrittura” riconvertendola in “cine-spigolatura”. Nel montaggio finale vanno pertanto a confluire i materiali più disparati, “trovati”, raccolti e filmati a partire dall'ideazione del film: fotografie ingiallite e dipinti scrostati di spigolatrici riesumati dagli scantinati dei musei o dai rigattieri, vecchie riprese in bianco e nero della spigolatura, le crono-fotografie di Marey, perfino Il giudizio finale di Wan der Weyden, nel quale l'arcangelo Michele giudica gli uomini in base al peso: i grassi sprofonderanno all'inferno, i magri saliranno in cielo.
Il pittore-filosofo concludeva il suo discorso affermando che scopo dell'arte è metter ordine fra mondo interiore e mondo esteriore. E' ciò che fa la Varda in sede di montaggio, allorché organizza questa massa apparentemente informe di immagini “derelictae” in un discorso coerente, inserendo un commento che integra le immagini con notazioni di vario genere, spesso a carattere diaristico e autobiografico. Quando ella stessa confessa di essere profondamente affascinata dal mondo dei rifiuti e dai rottami – poco prima, dopo essersi filmata le rughe delle mani e il biancore dei capelli, ci aveva mostrato un Autoritratto di Rembrandt “trovato” a Tokyo – il suo intento appare chiaro. E' lei la spigolatrice del titolo. E se Les glaneurs et la glaneuse...deux ans après insiste troppo sulla matrice autobiografica, il primo episodio trova un equilibrio sapiente fra le sue componenti e si impone come un mirabile atto di resistenza al consumismo, alla disumanizzazione prodotta dalla modernità, alle immagini-specchio-per-allodole del cinema-spettacolo, alla vecchiaia incombente, alla sclerotizzazione generale. Un’esortazione alla spigolatura di immagini come atto politico accessibile a chiunque voglia ancora far sentire la propria voce.
da "Lo straniero", nn. 86/87, agosto-settembre 2007
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15 giugno - ore 21
Scenario Pubblico
via Teatro Massimo - Catania

Luis Trenker – Figliol prodigo
di Andreas Perugini
Documentario su Luis Trenker, tirolese, autore fra anni '30 e '40 di una lunga serie di film in cui “melodramma, azione e avventura si intrecciano sullo sfondo delle montagne a cui rimane legato tutta la vita”. Il suo film più conosciuto, Figliol prodigo, è da molti considerato precursore del neorealismo.
Il lavoro di Andreas Perugini è volto a mettere in luce il lato più oscuro della personalità di Trenker e in particolar modo il suo rapporto contraddittorio con il regime nazi-fascista.
Tutti con il naso rotto
a cura de La paura
La storia della colonna sonora eseguita dal vivo è un po' la storia di un rapporto a senso unico
tra un "prodotto" (ripetibile ed immodificabile) ed un elemento caratterizzato dalla sua
"non ripetibilità".
I musicisti infatti inseguono di solito le immagini ed i loro tempi, cercando di sottolinearle in vario modo.
Con "Tutti con il naso rotto" abbiamo invece cercato di fornire ai musicisti una struttura visiva
di riferimento geometrica e modulare, all'interno della quale organizzare una sonorizzazione
in condizioni di piena libertà compositiva.
Il montaggio riutilizza "Margie", un film pornografico americano del 1939, nascondendone però
sempre una parte delle inquadrature.
improvvisazioni:
Enrico Sorbello: violoncello
Salvo Barbagallo: fiati
Concerto in un bosco
Alessandro Mazzeo
Lo spettacolo si intitola "Concerto in un bosco" e si articola in due atti "primo atto: Il giorno; secondo atto: La notte".
Utilizzerò circa cinquanta marionette, burattini e pupazzi ad asta con l'aiuto di tre collaboratori.
Le marionette si limitano ad interpretare brani, musiche ed arie di musicisti classici (Mozart, Haendel, Ciaikovsky, Schostakovic) senza seguire alcun testo scritto o recitato. Si tratta di una sorta di musical in cui gli unici attori sono proprio le marionette.
Lo spettacolo ha una durata complessiva di circa quarantacinque minuti.
All'inizio e alla fine della messa in scena un attore canterà dal vivo e senza musica di sottofondo "La farfalletta di Vincenzo Bellini" utilizzando una marionetta.
Ho previsto un solo bis finale con tutti gli attori visibili che si muoveranno utilizzando alcune marionette sulle note di Schostakovic.
SILVANO AGOSTO (cuore di vetro) (Cd - 2000 - 17:48 - funzione "random")
di Cane Capovolto
“Silvano Agosto” è un film senza immagini ed un esperimento di statistica applicato alla narrazione. Il lavoro è stato ottenuto scrivendo 3 diversi testi collegati tra di loro.
(un testo è una sintesi del libro "Primavera mortale" di un autore ungherese).
Ogni testo è stato suddiviso in frasi e ciò che succede ad ogni riproduzione "casuale" (random) del lettore cd è il mescolamento della sequenza originaria 1 -> 53 (e quindi dei tasselli della storia) in tante combinazioni diverse.
Le combinazioni numeriche della riproduzione "casuale" sono praticamente infinite; ci saranno ascolti particolarmente interessanti ed altri meno interessanti.
Il valore di questo processo risiede nel fatto che tutto resta temporaneo ed irripetibile, sia a livello numerico che narrativo.
SILVANO AGOSTO: il finale.
"L´uomo era effettivamente andato in giardino e lì aveva incontrato Silvano Agosto, che educatamente gli si era presentato. Fissandolo intensamente e parlando in
maniera piuttosto lenta, Silvano A. gli aveva mostrato alcuni alberi rari lungo un vialetto ed infine una grande fontana di pietra soffocata dalla vegetazione; Silvano Agosto poi aveva iniziato a denudarsi abbandonando i vestiti per terra.
A quel punto l´uomo si rendeva conto di essere caduto in uno stato di torpore e che la sua vista si stava progressivamente oscurando ... L´incarico che il Governo Britannico gli aveva dato era quello di neutralizzare Silvano Agosto. Per questo motivo era giunto a Cefalù in treno..."
“Occorre una nuova forma di “etica” e, quindi, di rispetto nella fabbricazione delle immagini. “Tempo reale” ed “etica dell'immagine” sono i due nuovi elementi che mutano attualmente il nostro rapporto con la visione. Siamo di fronte a una società che , paradossalmente, proprio quando dilaga la barbarie tecnologica, sempre meno si pone il problema della pericolosità e violenza dell' “immagine”. Di fronte all'indiscriminato cinismo delle news di certa televisione falsamente rispettosa, dobbiamo contrapporre una nuova etica di fabbricazione delle immagini e di cattura del senso. Fare un documentario è ora più che mai vivere un'esperienza “pericolosa”, al di là di ciò che si racconta e, soprattutto, per chi si troverà davanti alla macchina da presa. Il rischio più grande è quello di sfruttare la vita di un'altra persona in funzione degli interessi del sensazionalismo e della mercificazione. Spettacoli televisivi come il “Grande fratello” dilagano in tutto il mondo, ottenendo il consenso collettivo necessario alla legalizzazione di un “nuovo ordine” che ha la faccia di un rassicurante gioco/spettacolo, dove il massacro dell'individuo allude implicitamente a quello del collettivo. [...]
E' fin troppo evidente che la neonata società del controllo usa l'immagine per propagare il terrore. Attraverso il panico generato dall'uso criminale dei media è possibile esercitare il controllo, manipolando il pensiero e quindi l'opinione pubblica. Documentare questo epocale passaggio è imperativo per chiunque abbia scelto il cinema come strumento di vita e occasione di giustizia”
Paolo Ferrari, direttore della fotografia, collaboratore di Calopresti, Segre, Pannone.
“Lo spettacolo si presenta come un'enorme positività indiscutibile e inaccessibile. Esso non dice niente di più di questo, che “ciò che appare è buono, ciò che è buono appare”. L'attitudine che esso esige per principio è questa accettazione passiva, che ha di fatto già ottenuto con il suo modo di apparire senza repliche, con il suo monopolio dell'apparenza. [...]
Lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine”.
Guy Debord, La società dello spettacolo
“La civiltà aborre la puzza perché essa stessa puzza – nel senso in cui Brecht una volta lo ha formulato nella frase davvero grandiosa e illuminata: finora l'umanità si è costruito un immenso palazzo di merda di cane. Io credo che l'aspetto di colpevolezza e bassezza della civiltà, appunto la repressione della natura – e questa repressione è essa stessa l'elemento naturale cattivo e cieco negli uomini – sia la ragione per cui gli uomini non vogliono parlarne [...]. La civiltà è fallita fino nel più profondo.”
Theodor W. Adorno, Metafisica
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10 maggio - Ragusa, Fitzcarraldo, ore 21
Per voi il cinema è spettacolo.
Per me è quasi una concezione del mondo.
Il cinema è portatore di movimento.
Il cinema svecchia la letteratura..
Il cinema demolisce l’estetica.
Il cinema è audacia.
Il cinema è un atleta.
Il cinema è diffusione di idee.
Mail cinema è molto malato
Il capitalismo gli ha gettato negli occhi una manciata d’oro.
Abili imprenditori lo portano a passeggio per le vie, tenendolo per
mano.
Raccolgono denaro, commuovendo la gente con meschini soggetti lacrimosi
(…)
Vladimir Majakovskij, CINEMA E CINEMA.
PROGRAMMA:
A EST DELL'OVEST - A OVEST DELL'EST
di Luca Bertolo
Italia 2005, Durata: 7'50''
Tre personaggi si muovono alla ricerca di qualcuno. Qualcuno fa una ricerca su tre personaggi. Quando i pesci muoiono, vengono rimpiazzati con altri pesci.
Questa è la storia di uno spaesamento. Siamo alla ricerca di qualcosa, di radici, di punti d'appoggio. Ci si muove.
L'inquietudine mangia l'anima, e l'anima - per quanto infinita - sembra finire. Il tempo della riflessione e quello della vita, schiacciati l'uno contro l'altro, si sbriciolano.
L’OMBRA
di Zoltan Fazekas
2005 6’ 22”
Fotografie: Anita e Zoltan Fazekas
Riprese: Anita e Zoltan Fazekas, Marcello Trovato
Montaggio: Marcello Trovato
Musica: Kraftwerk
Testo: Kahlil Gibran
Un uomo riflette, vedendo le riprese dell’ultimo giorno di suo padre in ospedale e rivive i luoghi della malattia e della sopravvivenza quotidiana. Anche le radiografie diventano uno strumento per recuperare le tracce di una vita.
La sua fantasia si sprigiona dal bisogno di dare corpo a un’ombra, presente soltanto nel ricordo, ma anche dalla necessità di convivere con la propria ombra, cioè quello che rifiuta di vedere e di essere.
IMMAGINI FOTOGRAFICHE DI REPERTORIO DELLE CARCERI ITALIANE
2007 3’
RADIO LA COLIFATA
Di Valentina Monti e Mirta Morrone 33:00
Sabato 26 Aprile 2003, a 24 ore dalle elezioni presidenziali
argentine, i pazienti dell'ospedale psichiatrico Josè T. Borda di
Buenos Aires votano per eleggere il nuovo presidente. LT22 Radio La
Colifata, la radio realizzata interamente dai pazienti ("Colifatos")
del Borda, organizza un'elezione "altra" utilizzando materiali
elettorali analoghi a quelli reali
LA VERGINE DELLO SCOGLIO di Lino Greco, 15’
Ogni anno, nei pressi del paesino calabrese Placanica, viene celebrata l’apparizione della Vergine a un giovane del luogo, che da quel momento è conosciuto come Fratel Cosimo. 
L’evento attrae migliaia di pellegrini calabresi ed ha trasformato l’area, nel giro di pochi anni, in uno dei luoghi più importanti e frequentati della devozione popolare. 
Il documentario racconta il viaggio e le preghiere di un gruppo di pellegrini guidati da Gina Chiarello, preziosa fonte di informazioni e profonda conoscitrice della storia e dei rituali religiosi del luogo.
COSA SUCCEDE AGLI ANIMALI QUANDO NON HANNO LE MISURE GIUSTE?
di Alberto Grifi (Radiodramma) 20’44’’
Dietro ogni fetta di carne c'è un'industria che tratta gli animali come la plastica o il metallo. La sofferenza di milioni di esseri viventi si è oramai addensata in qualche luogo. È la resa dei conti.
Cane CapoVolto
SILVANO AGOSTO (cuore di vetro) (Cd - 2000 - 17:48 - funzione "random")
Silvano Agosto è un film senza immagini ed un esperimento di statistica applicato alla narrazione. Il lavoro è stato ottenuto scrivendo 3 diversi testi collegati tra di loro.
(un testo è una sintesi del libro "Primavera mortale" di un autore ungherese).
Ogni testo è stato suddiviso in frasi e ciò che succede ad ogni riproduzione "casuale" (random) del lettore cd è il mescolamento della sequenza originaria 1 -> 53 (e quindi dei tasselli della storia) in tante combinazioni diverse.
Le combinazioni numeriche della riproduzione "casuale" sono praticamente infinite; ci saranno ascolti particolarmente interessanti ed altri meno interessanti.
Il valore di questo processo risiede nel fatto che tutto resta temporaneo ed irripetibile, sia a livello numerico che narrativo.
SILVANO AGOSTO: il finale.
"L´uomo era effettivamente andato in giardino e lì aveva incontrato Silvano Agosto, che educatamente gli si era presentato. Fissandolo intensamente e parlando in maniera piuttosto lenta, Silvano A. gli aveva mostrato alcuni alberi rari lungo un vialetto ed infine una grande fontana di pietra soffocata dalla vegetazione; Silvano Agosto poi aveva iniziato a denudarsi abbandonando i vestiti per terra.
A quel punto l´uomo si rendeva conto di essere caduto in uno stato di torpore e che la sua vista si stava progressivamente oscurando ... L´incarico che il Governo Britannico gli aveva dato era quello di neutralizzare Silvano Agosto. Per questo motivo era giunto a Cefalù in treno..."
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27 aprile ore 21.00
Teatro Club Nando Greco
Catania
Piazza San Placido
Tutti l’amici mia ‘nfami e carogna
Chiddi ca si mangiaru la castagna
Tutti l’amici mia contenti foru
Quannu carzarateddu mi purtaru …
Han’a passari sti vintinov’anni
Unnici misi e vintinovi iorna
Han’a passari sti vintinov’anni
Unnici misi e vintinovi iorna
Aspettatimi curnuti, aspettatimi c’arrivu!
(Han’a passari in Canti di carcerati a cura di Pippo Russo)
Amici e Amiche,
tema della rassegna è l’istituzione totale, nella fattispecie il SISTEMA CARCERARIO.
Abbiamo invitato delle persone che lavorano all’interno delle carceri per tentare di arginare le derive del dibattito nelle secche dei luoghi comuni e della chiacchiera sterile.
Al solito daremo spazio agli interventi: Davide Campisi, percussionista de “I petri ca addumunu” ci mostrerà la sua esperienza di lavoro con ragazzi disabili al CTA S.Antonio, comunità terapeutica assistita di Piazza Armerina, Alessandro Gagliardo di Malastrada presenterà il progetto di documentazione sociale dal basso e di distribuzione editoriale on line e le ultime attività produttive in Africa; Tiziana Nicolosi ci parlerà della proposta di riutilizzo dell’ex cinema Medulla per la promozione di iniziative culturali per lo studio dei processi e delle dinamiche sociali.
Vi ricordiamo che la redazione è costantemente interessata alla ricerca ed alla distribuzione di ogni "linguaggio di confine" e di ogni opera audio, video, live che rifletta la Realtà. E´ un invito a riflettere, usare la telecamera e mettere in circolo nuove informazioni che vivono al di fuori di ogni immaginario "imposto".
Per maggio stiamo preparando un laboratorio tramite il quale intendiamo confrontarci con i presenti sulla nostra esperienza di documentazione della realtà e sulle tecniche di ripresa video e fotografica. Saranno mostrati e illustrati esempi di vari approcci al documentario senza, comunque, alcuna pretesa accademica e didattica. Un semplice scambio di ricerche ed esperienze.
Programma
I Petri ca addumunu, gruppo di musica popolare ed etnica composto da Vittorio Ugo Vicari – voce,chitarra classica, chitarra battente, Davide Campisi- tamburi, darbuka, djambe, bendir, batteria, Kalimba, voce, Antonella Barbera – flauto traverso, charter, oboe, voce.
Il filo conduttore di Cuccurucuntu, il progetto musicale de I Petri ca addumunu, è l’affabulazione, la capacità di dire e raccontare vicende e personaggi del passato e del presente come per voce dei cantori, dei rimatori e dei musicanti di strada e la volontà di salvare dalla dimenticanza modi arcaici di fare e di rappresentare la realtà.
I testi, originali o tradizionali, sono mescolati, contratti o distesi in generi autoctoni o esotici, uditi in Sicilia (carrittera), in Puglia (montanara, pizzica) in Spagna (bulerìa) o nel mondo mediterraneo medievale e rinascimentalle (moresca).
Le composizioni originali e gli arrangiamenti mescolano e rielaborano sonorità e suggestioni attinte al repertorio antico dei “contrasti” o dei canti di lavoro, della favolistica popolare o dei contastorie.
CATANIA PIAZZA LANZA
Matricola - 3’ 35”. Sezione Femminile – 15’. Immagini fotografiche di repertorio delle carceri italiane – 3’
Abbiamo dato vita, assieme all'area pedagogico/trattamentale dell'Istituto penale di Catania Piazza Lanza, al progetto "Piccola Editoria Creativa" sin dal 2004. Il progetto si articola in varie attività, alcune direttamente indirizzate alla popolazione reclusa, altre finalizzate alla raccolta di materiali (audiovisivi, scritti e performativi) da editare in formato elettronico per alimentare il costituendo sito web dell'Istituto. Questa raccolta di immagini e testimonianze si prefigge di gettare uno sguardo disincantato sulla vita quotidiana di Catania Piazza Lanza: l'organizzazione del lavoro, la distribuzione delle responsabilità, gli umori, le speranze, la fatica di vivere in istituto giorno per giorno di chi vive costretto all'interno di questa struttura penitenziaria ma anche di chi vi compie la propria esperienza lavorativa.
Aldo Kappadona
Benedetto Caldarella
Massimo Corsaro
Marzia Andronico
Il compositore-performer Angelo Sturiale alle prese con la scrittura "impossibile" di Pizzuto(Palermo, 14 maggio 1893 - Roma, 23 novembre 1976), un ispettore di Polizia che non scelse mai realmente di "fare lo scrittore", cimentandosi in una silenziosa e oscura sperimentazione. Con un linguaggio controllatissimo e misurato, profondo e raffinato Pizzuto evoca un mondo senza gerarchie, dove ogni evento ha un suo enorme valore e ogni diversità si compensa senza risultarne semplificata.
Isola
L´isolamento diurno nelle parole di Carmelo che spiega, teorizza, raccoglie idee e impressioni, cerca di raccontare, narrare, descrivere.
L´isolamento diurno nei gesti, nei movimenti reiterati e insensati e disperati e assurdi di Angelo.
Attese e rinunce. In silenzio.
Due fratelli, condannati all´ergastolo.
La sentenza definitiva stabilisce: fine pena mai.
Non si esce, non se ne esce. È un labirinto di passioni sorde, che implode senza emozioni apparenti. Un sorriso di circostanza forse, una pausa d´attenzione: Carmelo cerca le parole giuste. Angelo scende al passeggio, va in palestra, legge un libro di Terzani, ascolta le canzoni alla radio, guarda i cartoni animati in televisione, prepara il caffè. È tutto protetto e rarefatto dentro la scatola di ferro e cemento. C´è tutto, ma è come lontano, sfumato, disperso, un miraggio sfocato, l´illusione di un sogno confuso. La regola del silenzio. La consegna del silenzio. Rumori in lontananza. Sempre gli stessi. Voci lontane, chiamano, salutano, indicano, assegnano. Voci lontane, ovattate. Rumori sordi. Battitura ferri. Serrature scattano molle a chiudere, aprire, chiudere. C´è la famiglia Griffin in televisione; Neffa o Cocciante o Ligabue alla radio. E un uomo, controluce, in piedi, davanti alla finestra.
Formato: HDV in ripresa (1080i), Mini Dv-cam formato di proiezione (16/9); durata: 24´32"
Interpreti: Carmelo e Angelo Guidotto, sovrintendente capo Giuseppe Noce.
Girato all´interno della Casa Circondariale Catania Bicocca
Giovanni rizza, direttore.
Maurizio Battaglia, responsabile area educativa
Realizzato con il patrocinio del Ministero della Giustizia Dipartimento Amministrazione Penitenziaria - Direzione Generale dei detenuti e del trattamento.
Sebastiano Ardita, direttore generale
Con il patrocinio della Facoltà di Lettere e Filosofia - Università degli Studi di Catania
Produzione: Alessandro de Filippo
Con la partecipazione di la m.u. s.a., laboratorio multimediale di sperimentazione audiovisiva - Facoltà di Lettere e Filosofia
Suono: Carlo Natoli
Montaggio: Antonio Lizzio
Regia: Alessandro de Filippo
Questo film è stato realizzato nell´ambito del piano pedagogico della casa circondariale di Catania Bicocca, elaborato dall´area educativa diretta dal dott. Maurizio Battaglia.
Il grande fardello
di Marianna Schivardi e Simone Pera - Italia - 2004 - 53´
Il film, prodotto dai detenuti studenti di un corso di editing digitale tenutosi dentro al carcere di San Vittore, è la fiction di un reality show nel quale i detenuti hanno, con i loro insegnanti di montaggio e ripresa video, giocato a ricreare il format del "Grande Fratello" ribaltandone i contenuti: il meccanismo viene mantenuto - prove, nomination, suite e tugurio - ma l´obbiettivo dei partecipanti è convincere il pubblico a votare per farli uscire il prima possibile.
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